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Usa: midterm, fuori una, Trump inasprisce i toni e non rinuncia a bombardare l’Iran
Di Giampiero Gramaglia
L’uscita di scena di Susie Wiles, la capa dello staff della Casa Bianca, ‘spalla’ di lunga data di Donald Trump, segna l’inizio delle epurazioni, o dei defilamenti: il presidente è divenuto ‘tossico’ per chi gli sta accanto e intende sopravvivere politicamente al suo secondo mandato, dopo la disfatta nel voto di midterm di martedì scorso.
In realtà, quella di Wiles è un’uscita di scena annunciata: quasi certamente, ci sarebbe stata anche se Trump non avesse perso o avesse addirittura vinto, perché il posto di capo dello staff è estremamente logorante. Nel primo mandato, Trump ne consumò cinque – due erano generali -.
Più significativa della partenza di Wiles, è la scelta del suo successore: Stephen Miller, che ne era fino a ieri il numero due. Il New York Times titola: “Promuovendo Miller, Trump raddoppia sulla linea dura”; e spiega che il nuovo capo dello staff è responsabile di alcune delle più provocatorie politiche del secondo mandato del magnate presidente – fra cui quelle contro i migranti – e dell’aggressivo approccio al potere esecutivo, con tendenza ad allagarne i limiti. Per la stampa liberal, Miller è “un ideologo reazionario” ed “un fervente sostenitore del suprematismo bianco e delle teorie complottiste”.
Usa: midterm, i riflessi della sconfitta sulle scelte del presidente
Sempre il NYT nota che l’uscita di scena di Wiles conferma che a lasciare l’Amministrazione per scelta (o perché cacciate) sono praticamente solo donne: le responsabili della Giustizia Pam Bondki, della Sicurezza interna Kristi Noem, del Lavoro Lori Chavez – DeRemer e, poi, la direttrice della National Intelligence Tulsi Gabbard e due portavoci (a rimpiazzarle, spesso degli uomini).
Il prossimo della lista, però, potrebbe essere proprio un uomo, suggerisce sempre il NYT, perché il segretario alla Difesa, o alla Guerra – come lui vuole che si dica -, Pete Hegseth, nonostante gli attestati di fiducia venutigli dal presidente, rischia di trovarsi messo sotto accusa sia dai democratici che dai repubblicani nel Congresso che si insedierà a gennaio: Hegseth è “una figura divisiva” e “la procedura d’impeachment che si profila contro di lui potrebbe mettergli contro i democratici ed abbastanza repubblicani perché ci siano i numeri per cacciarlo”.
Politico racconta in apertura che, dietro la promozione di Miller c’è una donna, l’influente e impicciosissima moglie Katie Miller, che, non appena si profilò l’uscita di scena di Wiles, settimane or sono, cominciò a fare lobby a favore del marito, chiedendo ai vip che conosce – un sacco – di chiamare il presidente e di dirgli che Stephen era la scelta giusta, la migliore.
Secondo il Washington Post, l’avvicendamento di Wiles con Miller irrita i democratici e preconizza una virata a destra dell’agenda del presidente, nonostante la sconfitta elettorale: “Promuovendo l’architetto della politica di deportazione il presidente crea timore, rabbia e stupore fra i responsabili delle imprese che contano sul lavoro degli immigrati”.
Anche il Wall Street Journal legge la scelta di Miller come un segnale che Trump intende “mantenersi combattivo” nei prossimi due anni: dopo gli iniziali tentennamenti, nella notte della disfatta, il magnate è tornato a ricordare che lui è il presidente e ha il potere di veto. Miller, per il WSJ, “terrà un approccio massimalista al potere esecutivo”.
Trova un po’ di spazio sui il ritorno in corsa del governatore della Florida Ron DeSantis, che nel 2024 provò a contendere la nomination a Trump senza grande successo: ieri, DeSantis ha annunciato che proverà di nuovo a divenire il candidato repubblicano alle presidenziali 2028.
Usa: midterm, i riflessi internazionali su Iran e Ucraina
Nel cerchio magico del magnate presidente, è in atto uno scontro sulla guerra all’Iran: ci sono consiglieri che lo spingono a riprendere i bombardamenti sull’Iran, nonostante la guerra sia stata la causa principale della disfatta elettorale. Il suo vice JD Vance e gli alleati del Golfo gli suggeriscano, invece, di chiudere il conflitto con un accordo con Teheran. Secondo Axios, proprio Vance guida dietro le quinte, ma neppure troppo, la spinta per un’intesa.
Il presidente ha riunito il suo team per la sicurezza nazionale: dice che una decisione sull’Iran è imminente. Ma su quale sarà la decisione ci sono solo ipotesi: una ripresa degli attacchi, magari focalizzata sugli impianti nucleari, o la ricerca di un’intesa che ponga fine al conflitto o altro ancora.
L’indebolimento di Trump, sommato all’analogo indebolimento del premier israeliano Benjamin Netnyahu, rende ancora meno prevedibile di prima il percorso iraniano di Usa e Israele, anche se logica vorrebbe che la percezione che la guerra è invisa agli americani dovrebbe orientare le scelte di Trump verso un’accelerazione della fine del confronto.
La Cnn sposta lo sguardo sull’Ucraina. Secondo la tv ‘all news’, le ultime proposte presentate dagli emissari statunitensi in incontri con inviati russi possono indurre il presidente russo Vladimir Putin “a intensificare la guerra”, piuttosto che a fare la pace. Nonostante Trump magnifichi come “grande e bello” – una coppia di aggettivi che usa spesso – l’assetto di sicurezza europeo che si profila, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky lo cnsidera “potenzialmente pericoloso”.
Usa: midterm, i riflessi sull’economia
Le reazioni dell’economia ai risultati di midterm restano altalenanti e, in larga misura, sconcertanti e incomprensibili: c’è stata mercoledì una iniziale euforia; poi giovedì il tonfo, con perdite per 2,5 migliaia di miliardi per i titoli dell’IA – il giorno peggiore in otto mesi -; e ieri un rimbalzo, sia pure lieve.
Il WSJ offre una spiegazione per quanto avvenuto, che rende ancora più incomprensibile l’iniziale euforia di mercoledì dei mercati finanziari: “Le aziende dell’IA sono in agitazione perché devono navigare un mondo ostile ai Data Centers” di cui loro hanno bisogno. Gli eletti del midterm, non solo i democratici, promettono moratorie in Stati chiave: così, i costruttori dei data centers valutano le loro opzioni, dall’andare altrove al costruire nel deserto.
Segnali positivi, ieri, sono venuti dal mercato del lavoro: i posti creati a ottobre sono stati 165 mila, più del previsto, e il tasso di disoccupazione è sceso al 4,1%.





