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Ucraina: i Volenterosi a Kiev nella Giornata dell’Indipendenza

24
Agosto 2026
Di Giampiero Gramaglia

Nell’eclissi apparente delle guerre in Medio Oriente, il conflitto in Ucraina torna a conquistare l’attenzione: per la continuità e l’intensità dei reciproci attacchi con missili e droni – ogni mattina, c’è da fare il bilancio delle vittime delle incursioni notturne -; e anche per un apparente sussulto d’iniziative diplomatiche, che – purtroppo – non paiono però avviate a raggiungere risultati concreti.

Oggi, nella Giornata dell’Indipendenza ucraina – ricorre il 35° anniversario -, diversi leader europei e, in senso lato, occidentali saranno a Kiev, fisicamente o virtualmente, come nel caso della premier Giorgia Meloni: nell’occasione, i Paesi cosiddetti Volenterosi intendono ribadire il sostegno all’Ucraina di fronte all’invasione russa. Ma non è annunciata una delegazione statunitense.

Washington, dal canto suo, si prepara piuttosto ad annunciare, forse in giornata, le modalità dell’annunciata offensiva economica anti-iraniana.

Per i Paesi europei e, in senso lato, occidentali, si profila un ulteriore problema, funzione, fra l’altro, delle spese militari americane: non per l’Ucraina – lì, gli Usa ci guadagnano: gli europei acquistano loro armi e le girano a Kiev -, ma per la guerra all’Iran, decisa senza consultare gli alleati. Politico evidenzia che l’Ue “non può sottrarsi all’impatto negativo” dell’enorme debito pubblico statunitense, che ha superato, la scorsa settimana, i 40 mila miliardi di dollari, una cifra record.

Ucraina: i vari fronti d’una guerra infinita
Per l’Ucraina, una soluzione diplomatica della guerra lunga ormai quattro anni e mezzo, 54 mesi, non sembra però imminente. Kiev ha pronto un piano di pace in tre fasi che, però, Mosca ha già respinto: tregua, ritiro delle truppe russe dai territori ucraini e creazione d’una zona cuscinetto.

Il fatto che l’Ucraina abbia alzato il livello del confronto militare, con attacchi sul territorio russo colpito in profondità, a oltre mille chilometri dal confine, danneggiando installazioni energetiche e infrastrutture industriali, fa dire al presidente russo Vladimir Putin che “l’Ucraina ha aperto un vaso di Pandora”: la risposta russa – avverte – sarà “distruttiva” e “mirata ai settori più vulnerabili dell’economia ucraina”.

C’è il rischio, cioè, che le cronache quotidiane di civili uccisi in attacchi che colpiscono, più o meno accidentalmente, edifici civili, ospedali, scuole, autobus e treni, diventino ancora più tragiche. Nell’interpretazione della presidente della Commissione europea, Mosca agisce in modo più crudele perché avverte di stare perdendo.

Ma vittime civili si registrano su entrambi i fronti. E sono sempre più numerosi gli episodi di droni che sfuggono al controllo e finiscono su Paesi della Nato – i casi più recenti in Lettonia e Romania -, dove vengono intercettati e abbattuti. Mancano poi sempre dati precisi o anche solo attendibili sulle perdite nei combattimenti in prima linea, che sono cruenti, anche se non spostano significativamente la linea del fronte.

Quanto al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, per lui la settimana scorsa si sono aperti due nuovi fronti interni: uno, di natura ripetitiva, riguarda casi di corruzione fin dentro il suo team – questa volta, a saltare, fra gli altri, è stata una sua stretta collaboratrice, Irina Mudra, rimossa e arrestata nel quadro di un’operazione denominata ‘Forrest Gump’ -; l’altro, neppure questo del tutto inedito, riguarda la discutibilità del suo ruolo di presidente ‘in prorogatio’, perché elezioni presidenziali in Ucraina avrebbero già dovuto svolgersi l’anno scorso.

Questa volta, a sollecitarle, è stato il ministro della Difesa appena destituito e subito sostituito, ma popolarissimo, Mykhailo Fedorov, che dice che non bisogna lasciare che Putin decida quando l’Ucraina elegga il suo presidente e di fatto si candida. Intervistato dalla Bbc, Zelensky risponde: “Credo che, in una guerra come questa, le elezioni rappresentino un grande rischio”.

Guerre: Medio Oriente, sviluppi diversi
In Medio Oriente, si registrano vari sviluppi,  più diplomatici che militari, ma nulla di realmente significativo per l’esito dei conflitti, in attesa delle misre economiche pre-annunciate dal presidente Usa Donald Trump.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la sospensione degli scambi con l’Iran: una decisione che pare rientrare nel disegno di Trump di isolare e ‘strangolare’ l’Iran, economicamente, commercialmente e finanziariamente. Gli Emirati sono sempre stati un partner commerciale importante per Teheran e avrebbero avuto un ruolo – ufficialmente smentito – nel consentirle d’aggirare le sanzioni.

Intanto, la Turchia ha emesso un mandato di arresto per il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Lo ha annunciato il ministro della Giustizia di Ankara Akin Gurlek: l’accusa di “genocidio” è relativa all’attacco sferrato in acque internazionali contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla per Gaza.

La mossa turca è una conferma, se ve ne fosse bisogno, dei cattivi rapporti tra Turchia e Israele, ma è anche un atto di sfida agli Stati Uniti, che stanno, invece, colpendo la Corte penale internazionale ‘rea’ di avere emesso un mandato di arresto internazionale contro Netanyahu per crimini di guerra.