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Trump strizza l’occhio a Putin e minaccia Teheran

18
Settembre 2026
Di Giampiero Gramaglia

C’è una notizia che arriva da Washington e che piace a Mosca: non è di sicuro la prima e, finché ci sarà Donald Trump alla Casa Bianca, non sarà l’ultima, ma è piuttosto raro che la Tass riprenda tale e quale il titolo di apertura del New York Times e ci apra a sua volta il suo sito: “Trump – è il titolo del giornale – vuole che Putin metta fine alla guerra. Ma perché ciò avvenga potrebbe prima offrire alla Russia accordi d’affari”.

E così si apprende che, proprio quando il Congresso vara nuove sanzioni anti-Russia e pro-Ucraina, nell’intento di esercitare pressioni su Putin perché cessi l’invasione, Trump sta raddoppiando gli sforzi su un diverso approccio: offrire a Vladimir, che lui considera un sodale, prospettive d’accordi economici e commerciali, in cambio della fine del conflitto.

E’ il vecchio gioco del bastone e della carota, con il rischio che Putin, che non è un ronzino, mangi la carota ed eviti la bastonata. La notizia del NYT si colloca nel contesto delle elezioni per la Duma, il Parlamento russo, le prime dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, che iniziano oggi e i cui risultati sono però scontati – vincerà il partito di Putin -. Però i dati sull’affluenza e la percentuale dei voti riportati potrebbero dare indicazioni sulla ‘saturazione’ dell’opinione pubblica russa rispetto al conflitto – ammesso che i dati siano affidabili -.

E’ possibile che Trump discuta le proprie idee con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che sarà la prossima settimana a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Se l’incontro tra Trump e Zelensky, non ancora confermato, ci sarà, i due leader probabilmente parleranno pure della tregua nei reciprochi attacchi alle infrastrutture energetiche sollecitata da Trump sia a Kiev che a Mosca, con l’intento di calmierare i prezzi dell’energia sui mercati mondiali.

E, qui, la guerra in Ucraina si interseca con i conflitti in Medio Oriente, con l’Iran e nello Yemen, oltre che intorno a Israele, nella Striscia di Gaza, in CiGgiordania, in Libano. Foreign Affairs, autorevole rivista del Center for Foreign Relations, punta l’attenzione sul “secondo fronte” iraniano, cioè la conquista di posizioni da parte degli Huthi, ribelli sciiti yemeniti pro-iraniani, lungo le coste del Mar Rosso, con la presa del controllo sullo Stretto di Bab el-Mandeb.

La Fox dà una informazione che gli altri media non hanno o comunque non enfatizzano: il regime di Teheran ha ripreso a svolgere attività nel centro di ricerca nucleare sotterraneo di Natanz, bombardato già l’anno scorso e di nuovo all’inizio della guerra in atto da israeliani e americani: nuove immagini satellitari mostrano che gli ingressi del centro sono stati ulteriormente protetti e sepolti sotto accumuli di terra.

Forse proprio a queste attività vanno collegati i moniti del presidente Trump alle autorità iraniane, che sta per prendere – avverte – “grandi decisioni”. Trump lo dice in un’intervista ad Axios, che ci apre: il presidente sta preparando una svolta nel conflitto con l’Iran – l’ennesima – e sta preparando importanti decisioni. Le dichiarazioni del presidente appaiono contraddittorie con quanto lui stesso ha ripetutamente detto negli ultimi giorni, di non aspettarsi sviluppi decisivi nel conflitto iraniano fin dopo le elezioni di midterm il 3 novembre.

Il New York Times punta lo sguardo sull’Arabia saudita, che si sente “messa in un canto” da Trump (che l’ha lasciata sola contro gli Huthi) e “assiedata dai suoi avversari”. Giovedì, un attacco Huthi ha ucciso e ferito civili nella provincia saudita occidentale di Taif: un drone dei riballi è stato intercettato dalle difese aeree saudite e i suo frammenti sono stati letali.