Si riparte da dove ci eravamo lasciati. Avevamo scritto che l’ultimo anno di legislatura sarebbe stato quello nel quale Giorgia Meloni avrebbe dovuto trasformare la stabilità in consenso e i risultati ottenuti in una ragione sufficiente per chiedere un altro mandato. Ieri, a Bari, Fratelli d’Italia ha dato il via a questa operazione.
L’occasione era storica, almeno per le statistiche. Con 1.413 giorni consecutivi in carica, il Governo Meloni ha superato il Berlusconi II ed è diventato il singolo esecutivo più longevo della storia repubblicana. Attenzione però: parliamo di un Governo, non di permanenza complessiva a Palazzo Chigi. Gli oltre 3.000 giorni accumulati da Berlusconi rimangono parecchio lontani.
Meloni ha fatto bene a scegliere la stabilità come principale risultato da rivendicare. Lo ha detto con una formula efficace: «la stabilità è la prima grande riforma regalata alla Nazione». E ha anche avuto l’accortezza di precisare che «il governo più stabile non è per forza anche il più capace», perché la durata offre semplicemente più tempo per essere giudicati.
Poi vengono i risultati. Il documento fatto circolare da Fratelli d’Italia nei giorni precedenti li elenca con quello spin inevitabilmente aulico che trasforma qualsiasi dato positivo in una svolta epocale. Tolta la propaganda, però, qualcosa rimane. E non è poco.
Sul lavoro i numeri sono oggettivamente migliori rispetto all’inizio della legislatura; alcuni comparti dell’economia italiana, a partire dall’export e dal turismo, hanno dimostrato una capacità di resistenza o di espansione sorprendente; sui conti pubblici il Governo ha mantenuto una disciplina che pochi avrebbero pronosticato nel 2022.
Anche sul fisco gli interventi ci sono stati, soprattutto sui redditi medio-bassi e medi. Il problema è che la riduzione della pressione viene percepita molto meno quando contemporaneamente aumenta il costo della vita. E questi quattro anni sono stati attraversati da una sequenza di policrisi quasi scientificamente costruita per cancellare qualsiasi dividendo elettorale: prima gli effetti della guerra in Ucraina, poi la guerra commerciale americana, infine il conflitto iraniano e il prolungato blocco di Hormuz con le relative conseguenze energetiche.
Puoi mettere qualche decina di euro in più nella busta paga, ma se il cittadino li lascia al supermercato o alla pompa di benzina difficilmente attribuirà al Governo il merito di averglieli dati.
Rimane invece molto debole un altro capitolo. Apertura dei mercati, concorrenza, attrazione degli investimenti internazionali. In quasi 4 anni non ricordiamo un grande investimento estero trasformato in un evento politico nazionale, con tanto di Presidente del Consiglio davanti allo stabilimento. Nemmeno un taglio del nastro, Giorgia. Nemmeno uno. Cribbio.
Siamo naturalmente consapevoli che questi siano argomenti che scaldano più i nostri cuori che quelli dell’elettore medio. A leggere i sondaggi, quest’ultimo sembra molto più interessato alle quotidiane giravolte comunicative del Generalissimo, ormai stabilmente entrato nella modalità politica più redditizia di tutte: l’accerchiamento. Tutti contro di lui e quindi, nella sua narrazione, lui contro il sistema (“me ne frego!“).
Il paradosso è che il Generalissimo rischia ormai di essere la vera quarta gamba del campo largo. Più cresce, più sottrae spazio al centrodestra; più viene attaccato dalla sinistra, più consolida il proprio elettorato; più Giorgia Meloni e i suoi alleati ne inseguono alcuni temi, più diventa difficile preservare quel profilo moderato ed europeista costruito durante gli anni di governo. Per il centrosinistra, fragilissimo quando deve trovare qualcosa che lo unisca, è quasi un regalo.
Da questo punto di vista bisogna ringraziare il grande pasticcio estivo della coppia Ranucci-Lavitola, che ha occupato prime pagine, retroscena e talk show durante agosto. Senza quella vicenda avremmo probabilmente trascorso la pausa estiva discutendo quotidianamente del Generalissimo, con il rischio di ritrovarcelo direttamente al 10% alla riapertura dei lavori. Appuntamento che, a nostro avviso, è stato soltanto rinviato.
E allora torniamo davvero al punto nel quale ci eravamo lasciati ad agosto. La palla rimane nel campo di Giorgia Meloni.
Il problema della Premier non è soltanto “fare cose” nell’ultimo anno di legislatura. È ridurre la distanza tra ciò che il Governo ritiene di aver fatto e ciò che gli italiani pensano sia stato fatto. Il solito divario tra “realtà” e “percepito”. A Bari è stato il primo tentativo di colmare questo divario. Non a caso Meloni ha detto di non essere arrivata per festeggiare, ma per spiegare «dov’era la Nazione il 22 ottobre 2022 e dov’è adesso».
Vent’anni fa Silvio Berlusconi affrontò una situazione persino peggiore. Nel 2005 il centrodestra sembrava destinato a perdere le successive elezioni con distanze siderali. Berlusconi occupò personalmente ogni spazio disponibile, trasformò le Politiche del 2006 in un referendum su se stesso e arrivò a un risultato incredibile: perdere, ma per soli 24.000 voti di differenza.
Giorgia Meloni non deve compiere una rimonta di quelle dimensioni. Parte ancora competitiva, con un centrodestra che conserva un lieve vantaggio e soprattutto con una leadership personale che rimane il principale asset della coalizione. Ma proprio per questo dovrebbe forse applicare la lezione berlusconiana: accentrare la campagna.
E, questo il nostro primo consiglio, fare qualcosa che in Italia sembra essere diventato rivoluzionario: chiedere pubblicamente confronti televisivi uno contro uno. Con Schlein, Conte e perfino con il Generalissimo. All’americana. Senza filtri, senza interviste parallele, senza comizi contrapposti.
Perché le bolle mediatiche prosperano quando ciascuno parla al proprio pubblico. Il confronto diretto costringe invece a mostrare preparazione, visione, competenza e capacità di governo. È lì che emergono le differenze tra chi propone una suggestione e chi deve spiegare come trasformarla in una decisione.
Dopo 4 anni trascorsi a dimostrare di saper governare, Giorgia Meloni deve ora dimostrare di saper convincere gli italiani a farla governare ancora.





