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Iran, la guerra impone agli USA un ritorno al lavoro dopo l’estate a prezzi salati

05
Settembre 2026
Di Giampiero Gramaglia

Il ‘D-Day economico’ della guerra all’Iran, annunciato in fanfara, come è solito fare, dal presidente Usa Donald Trump, s’è finora ridotto “a uno sgocciolamento di misure” senza grande efficacia: lo afferma la Cnn, secondo cui “l’impatto della campagna di pressione sull’Iran e sui Paesi che fanno affari con l’Iran resta tutto da valutare”. E la tv ‘all news’ critica una battuta del presidente, per cui “la guerra che ha ucciso 18 militari americani e ne ha feriti centinaia d’altri è ‘small potatoes’, cioè una bazzecola”.

Nello sgocciolio di misure anti-Iran, si sono ieri inserite sanzioni contro una banca turca che farebbe “da critico salvagente finanziario” al regime di Teheran.

Nell’assenza apparente di sviluppi militari e diplomatici, è tempo di analisi, a volte contraddittorie  l’una con l’altra, sull’andamento del conflitto. Secondo il New York Times, “dopo sei mesi di guerra con gli Stati Uniti l’Iran è più fiducioso e più sicuro di sé”, mentre gli Stati Uniti – ma non Trump – hanno perso la loro sicumera : “Le valutazioni dell’intelligence più recenti – scrive il giornale – conclusoni che l’Iran ha oggi una migliore comprensione delle sue capacità e dei limiti del potere” americano.

Ma, per il Wall Street Journal, “il tempo non è più dalla parte dell’Iran nella battaglia dei blocchi”, con la US Navy che blocca i porti iraniani e i Guardiani della Rivoluzione iraniani che bloccano, o almeno frenano, la navigazione nello Stretto di Hormuz. Scrive il giornale: “Gli Stati Uniti stanno aiutando gli Stati del Golfo a fare uscire dalla Regione quantitativi di petrolio significativi e, intanto, riescono a contrastare le esportazioni iraniane”.

Nell’Unione, inizia oggi il lungo week-end del Labor Day, la Festa del Lavoro, che quest’anno cade lunedì 7 settembre: tradizionalmente, l’evento segna la fine dell’estate e il ritorno alla piena attività in tutti i settori; e coincide con l’avvio di fatto della campagna per le elezioni di midterm in agenda il 3 novembre. Axios avverte dell’imminenza di una uscita dall’estate “costosa” per gli americani: è un po’ l’equivalente dei nostri titoli ricorrenti in questa stagione sul ‘caro scuola’, puntato piuttosto sul ‘caro carburanti’, perché il costo medio del diesel alla pompa ha stabilito un nuovo record, 5,85 dollari al gallone, superando il livello raggiunto nel 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

La colpa del ‘caro carburanti’ è unanimemente attribuita al conflitto con l’Iran, che ha scombussolato le rotte di approvvigionamento del petrolio a livello planetario. Siccome il diesel è largamente utilizzato per trasporti merci, – spiega la Ap -, prezzi del diesel più alti significano costi di trasporto più alti e, quindi, alla fine della catena, costi al consumatore più alti per una miriade di prodotti.

E l’effetto calmieratore sperato dall’accordo con il Venezuela per il controllo di 65 miliardi di barili di petrolio delle riserve venezuelane non s’è ancora fatto sentire e – a giudizio degli esperti – non è imminente.

I titoli di testata dei principali media Usa sono molto diversificati questa mattina: c’è il processo che non si riesce a finire a una madre che ha ammesso di avere ucciso i propri tre figli, ma sulla cui colpevolezza una giuria popolare per la terza volta non è riuscita a formulare un verdetto; c’è l’andamento del mercato del lavoro migliore del previsto adv agosto, con 162 mila posti di lavoro creati e una maggiore disponibilità dei lavoratori americani a lasciare un posto per un altro; e c’è – esclusiva del NYT – la decisione del Pentagono di sottoporre alla macchina della verità 50 membri circa dello Stato Maggiore delle Forze armate, alla ricerca della talpa, o delle talpe, che di recente hanno rivelato carenze di missili e munizioni derivanti dalla guerra all’Iran e perplessità dei militari sulla sostenibilità della campagna; e c’è ovunque l’ennesima sentenza di un giudice federale che blocca perché presumibilmente illegale e persino incostituzionale l’ordine esecutivo del presidente che crea limiti e intralci al voto per posta. Il quesito finirà senza dubbio alla Corte Suprema: resta, però, da vedere se in tempo utile perché la questione sia risolta prima del voto di midterm.