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Mondiali di calcio: formula da rivedere, Africa vola ed Europa fatica

18
Giugno 2026
Di Paolo Bozzacchi

La formula non convince perché la prima fase non ha quasi senso. E le sorprese che stanno arrivando non vanno più considerate come tali. I Mondiali allargati a 48 squadre avrebbero dovuto rappresentare una celebrazione globale del calcio. Più nazionali coinvolte, più continenti rappresentati, più emozioni. Almeno sulla carta. Sul campo, però, emergono già le prime criticità di una formula che rischia di trasformare la fase iniziale del torneo in una lunga e poco avvincente marcia verso gli ottavi di finale. Il problema principale è semplice: passeranno i gironi troppe squadre. Nei 12 gironi da quattro squadre non si qualificano soltanto le prime due, ma anche le otto migliori terze. In altre parole, ben 32 nazionali su 48 accedono alla fase a eliminazione diretta. Un tasso di qualificazione che supera il 66% dei partecipanti e che inevitabilmente abbassa la tensione competitiva delle prime partite. Per i tifosi, il risultato è una fase a gironi spesso priva di pathos.

Le grandi nazionali possono permettersi di gestire energie e risultati, sapendo che anche un passo falso non compromette necessariamente il cammino. Le squadre meno quotate, dal canto loro, possono giocare con maggiore prudenza, confidando nella possibilità di rientrare nel novero delle migliori terze. Il rischio è quello di decine di partite che contano relativamente poco, almeno fino agli scontri decisivi. Un paradosso per la competizione calcistica più prestigiosa del pianeta, che dovrebbe invece vivere di tensione, imprevedibilità e necessità di vincere. La sensazione è che la FIFA abbia privilegiato quantità e ricavi rispetto alla qualità dello spettacolo. Più squadre significano più partite, più diritti televisivi e più introiti commerciali. Ma un torneo troppo lungo e con una selezione iniziale poco severa rischia di perdere proprio quell’intensità che ha reso i Mondiali un evento unico.

Africa e Medio Oriente volano, l’Europa arranca

Se la formula convince poco, i risultati emersi dal campo raccontano invece una storia molto interessante. La geografia del calcio mondiale sta cambiando rapidamente. Le nazionali africane e quelle del Medio Oriente stanno mostrando una competitività sempre maggiore contro avversari tradizionalmente considerati superiori. Non si tratta più di exploit isolati o di semplici sorprese: il livello medio si è alzato e il gap tecnico, atletico e tattico si è ridotto sensibilmente. I pareggi ottenuti rispettivamente da Marocco, Congo, Capo Verde e Arabia Saudita contro grandi favorite come Brasile, Portogallo, Spagna e Uruguay sono gli esempi più evidenti di una tendenza ormai consolidata. Squadre che fino a pochi anni fa avrebbero affrontato questi confronti con un atteggiamento principalmente difensivo oggi giocano alla pari, pressano alto, mantengono il possesso del pallone e non rinunciano a costruire gioco. Dietro questa crescita ci sono investimenti strutturali, miglioramento delle infrastrutture, sviluppo dei vivai e una crescente presenza di calciatori africani e mediorientali nei principali campionati europei. L’esperienza accumulata ai massimi livelli si riflette inevitabilmente sulle prestazioni delle nazionali.

Al contrario, l’Europa sembra attraversare una fase di relativa difficoltà. Pur mantenendo una superiorità complessiva in termini di profondità tecnica e organizzativa, molte selezioni europee faticano a imporre il proprio gioco contro avversari sempre più preparati. Il vantaggio competitivo accumulato negli ultimi decenni non appare più così schiacciante. Non significa che il calcio europeo sia in declino, ma che il resto del mondo sta correndo molto più velocemente di quanto molti osservatori avessero previsto. E forse è proprio questa la notizia più importante emersa finora da questi Mondiali. La formula a 48 squadre rischia di diluire l’interesse della competizione nelle sue prime settimane. Ma allo stesso tempo offre una fotografia nitida di un calcio sempre più globale, dove le gerarchie storiche sono meno rigide e le sorprese non sono più eccezioni. Per la FIFA il vero tema dei prossimi anni sarà trovare un equilibrio tra espansione e qualità. Perché un Mondiale più inclusivo è certamente un valore. Ma un Mondiale davvero emozionante deve continuare a premiare il merito e mantenere alta la tensione competitiva fin dal primo minuto.