L’Europa cambia pelle. La produzione si sta spostando dalla manifattura ai servizi. Germania, Francia, Italia e Spagna si stanno profondamente trasformando. In 25 anni il peso dell’industria europea sul valore aggiunto è sceso, mentre quello dei servizi è cresciuto decisamente. Ma attenzione: non è una semplice deindustrializzazione: c’è una storia più complessa. Cambiano le fabbriche, cambiano le catene del valore e cresce il peso di tecnologia, software, ricerca e servizi avanzati. Tra il 2000 e il 2025 il peso dell’industria sul valore aggiunto dell’Unione europea è sceso dal 22,4% al 19,2%. Nello stesso periodo i servizi sono passati dal 69,5% al 73,5%. È lo shifting produttivo europeo: un progressivo spostamento del baricentro dell’economia dalla produzione materiale verso i servizi. Il fenomeno non è iniziato con la crisi energetica, con la guerra in Ucraina o con la concorrenza cinese. Ma questi eventi hanno accelerato e reso molto più visibile una trasformazione che era già in corso da almeno un quarto di secolo. Nel 2025 la produzione industriale europea è tornata a crescere, dopo due anni consecutivi di contrazione. L’aumento non cancella però il dato strutturale: nell’economia europea l’industria pesa meno di quanto pesasse all’inizio del secolo, mentre i servizi hanno progressivamente conquistato spazio. Non significa che l’Europa abbia smesso di produrre. Significa che produce in modo diverso. E soprattutto significa che oggi una quota crescente del valore economico di un prodotto nasce fuori dalla fabbrica: nella progettazione, nel software, nella ricerca, nella logistica, nella finanza, nel marketing, nei dati e nei servizi alle imprese. È questa la vera chiave per leggere il cambiamento.
Parlare semplicemente di “deindustrializzazione” rischia di essere fuorviante.
Una parte della crescita dei servizi è infatti direttamente collegata alla trasformazione dell’industria. Le imprese manifatturiere acquistano sempre più servizi esterni: informatica, ingegneria, consulenza, progettazione, gestione dei dati, ricerca e sviluppo, trasporti e logistica. Queste attività vengono contabilizzate nel terziario, ma fanno parte della stessa catena produttiva.
La fabbrica del 2025 è quindi molto diversa da quella del 2000. È più automatizzata, più digitale e meno intensiva di lavoro manuale. Il prodotto industriale incorpora una quantità crescente di conoscenza e tecnologia. Il problema nasce quando questa trasformazione comporta non soltanto una riduzione della quota di lavoro industriale, ma anche lo spostamento all’estero delle attività a maggiore valore aggiunto. In quel caso non si perde soltanto una fabbrica. Si perde una parte della catena del valore. È una differenza fondamentale.
Germania, il cuore industriale europeo sotto pressione
Il caso tedesco è il più evidente. La Germania rimane il grande Paese industriale d’Europa. Nel 2024 l’industria rappresentava circa il 23,8% del valore aggiunto tedesco, contro una media europea intorno al 19%. Nessuno degli altri tre grandi Paesi — Francia, Italia e Spagna — presenta una dipendenza dalla manifattura comparabile. Per decenni il modello tedesco ha funzionato sulla combinazione di industria, export, meccanica, chimica e automotive. Un modello costruito anche sull’accesso a energia relativamente conveniente, sulla forte integrazione con le catene globali e sulla crescente domanda proveniente dalla Cina. Oggi quelle condizioni sono cambiate. L’automotive è il caso più evidente. Il passaggio dal motore endotermico all’elettrico riduce il peso di alcune componenti tradizionali e aumenta quello di batterie, elettronica, software e sistemi digitali. Allo stesso tempo, i produttori cinesi sono diventati concorrenti sempre più importanti proprio nei segmenti nei quali l’industria europea aveva costruito una posizione dominante. Il problema tedesco, dunque, non è semplicemente che la manifattura pesa meno.
È che il modello industriale che ha garantito per anni la forza della manifattura tedesca sta attraversando una trasformazione radicale. La Germania resta il principale polo industriale europeo, ma deve affrontare contemporaneamente la transizione energetica, quella automobilistica, la digitalizzazione e la crescente concorrenza internazionale.
La Francia terziarizzata La Francia racconta una storia diversa.
Qui il passaggio verso i servizi è molto più avanzato. Nel 2024 i servizi rappresentavano circa il 79% del valore aggiunto francese, mentre l’industria si fermava intorno al 16%. La Francia è quindi meno dipendente dalla manifattura rispetto alla Germania e all’Italia. La sua economia è caratterizzata da un peso significativo dei servizi pubblici e privati, della finanza, del commercio, del turismo, dei trasporti e delle attività professionali. Ma anche qui la questione non può essere ridotta alla contrapposizione fra fabbrica e servizi. La Francia conserva infatti competenze industriali strategiche nell’aerospazio, nella farmaceutica, nell’agroalimentare, nella chimica e in altri comparti ad alta intensità tecnologica. Il punto è un altro: quanto valore riesce a produrre e ad esportare il terziario? Perché non tutti i servizi sono uguali. Un’economia può essere molto terziarizzata e contemporaneamente avere una forte capacità tecnologica e innovativa. Oppure può essere caratterizzata da servizi a bassa produttività. La sfida francese è quindi anche quella di trasformare la terziarizzazione in crescita della produttività.
Italia, la manifattura resiliente
L’Italia occupa una posizione particolare. Nel 2024 i servizi rappresentavano circa il 73,5% del valore aggiunto, mentre l’industria valeva circa il 19%. Sono numeri vicini alla media europea, ma dietro la media c’è una caratteristica distintiva: l’Italia continua ad avere una base manifatturiera ampia, diversificata e fortemente orientata all’export. Meccanica, automazione, farmaceutica, agroalimentare, moda, arredamento, design e componentistica rappresentano ancora una parte importante della capacità competitiva italiana. La struttura è diversa da quella tedesca. Al posto della grande industria integrata prevale una rete di imprese, distretti e specializzazioni produttive spesso fortemente interconnesse. Nel 2024 l’Italia ha rappresentato circa il 14% del valore della produzione industriale venduta nell’Unione europea, seconda soltanto alla Germania. Il punto debole è però quello che riguarda la produttività. La crescita dei servizi può diventare un vantaggio se significa più software, ricerca, ingegneria, logistica avanzata, finanza e servizi alle imprese. Diventa invece un problema se la crescita si concentra prevalentemente in attività a basso valore aggiunto. Per l’Italia la sfida non è scegliere tra industria e servizi. È portare più servizi avanzati dentro la manifattura.
Spagna in trasformazione
Nel 2024 i servizi in Spagna rappresentavano circa il 76% del valore aggiunto e quasi il 78,4% dell’occupazione.
Il peso dell’industria, invece, era intorno al 16%. La struttura dell’economia spagnola riflette il forte peso di turismo, commercio, trasporti e altri servizi, ma negli ultimi anni il Paese ha rafforzato anche alcune specializzazioni industriali: automotive, agroalimentare, farmaceutica, chimica ed energia.Proprio l’energia può rappresentare uno dei fattori capaci di modificare la geografia industriale europea. La disponibilità di sole, vento e territorio, insieme alla crescita delle rinnovabili, può infatti diventare un elemento di competitività per nuove attività industriali ad alta intensità energetica. La Spagna vive una trasformazione interessante: un’economia ormai fortemente terziarizzata che prova contemporaneamente a ricostruire nuovi poli industriali legati alla transizione energetica.
Automotive, energia e tecnologia
Se c’è un settore nel quale lo shifting europeo è evidente, è l’automotive. Germania, Francia, Italia e Spagna hanno tutti una forte tradizione automobilistica, ma la transizione all’elettrico sta modificando la catena del valore. Il motore elettrico ha meno componenti rispetto a quello endotermico. Cresce invece l’importanza delle batterie, dell’elettronica, del software e dei semiconduttori. La domanda industriale diventa quindi anche una domanda tecnologica. Lo stesso vale per l’energia. La crisi del gas ha mostrato quanto il costo dell’energia possa influenzare la competitività della manifattura europea. I settori ad alta intensità energetica — dalla chimica alla metallurgia, dalla carta alla ceramica — sono particolarmente esposti. Qui la transizione energetica diventa contemporaneamente una sfida e una possibile opportunità industriale.
Il terzo grande fronte è quello della tecnologia. Software, intelligenza artificiale, cloud, semiconduttori, automazione industriale e cybersecurity stanno entrando direttamente nei processi produttivi. La fabbrica del futuro sarà quindi meno separata dal terziario di quanto lo sia stata in passato. Il vero confronto non è più industria contro servizi. È probabilmente questo il punto più importante per comprendere il cambiamento europeo. Per molto tempo la discussione economica li ha contrapposti. Oggi questa distinzione è sempre meno utile. Un’azienda che produce macchinari può realizzare una parte crescente dei propri ricavi attraverso software e servizi di manutenzione. Un produttore automobilistico vende sempre più tecnologia digitale insieme alla vettura. Una fabbrica utilizza cloud, intelligenza artificiale e analisi dei dati. Un’impresa manifatturiera può avere più ingegneri e informatici che operai in alcune funzioni. La catena produttiva si è allungata e frammentata.
Una parte della fabbrica è ancora nel capannone. Una parte è nel computer. Una parte è nei laboratori di ricerca. Una parte è nei servizi logistici e finanziari. È per questo che il dato sulla riduzione del peso dell’industria va letto insieme a quello sulla crescita dei servizi. Non siamo semplicemente davanti a un’Europa che produce meno beni. Siamo davanti a un’Europa che produce beni diversi e che incorpora nei beni una quantità crescente di servizi e conoscenza.
La questione decisiva è la produttività
Ed è qui che si trova la vera linea di frattura. La crescita dei servizi non è necessariamente un problema. Anzi, può rappresentare il naturale passaggio di un’economia avanzata verso attività a maggiore contenuto di conoscenza. Il punto è la produttività. Servizi digitali, ricerca, ingegneria, software, finanza specializzata e consulenza possono generare elevato valore aggiunto e rafforzare la competitività dell’industria. Altri servizi possono invece assorbire molta occupazione senza produrre un analogo aumento della produttività. Per questo la domanda da porsi non è semplicemente quanta industria rimarrà in Europa nel 2030. La domanda è quale parte della catena del valore rimarrà in Europa. Perché una fabbrica può essere fisicamente europea, ma dipendere da tecnologie, brevetti, software, componentistica o piattaforme sviluppate altrove. E viceversa, un servizio può essere immateriale ma avere un valore strategico enorme. Oggi il punto è capire quale manifattura emergerà dalla trasformazione. La fabbrica europea del futuro avrà probabilmente meno lavoro ripetitivo e più automazione. Più software e meno meccanica tradizionale. Più ricerca e meno produzione standardizzata. Più servizi incorporati nel prodotto. Ma questo rende ancora più importante il controllo delle tecnologie, dei brevetti, dei dati, delle competenze e delle infrastrutture. Il vero shifting europeo non è semplicemente quello dalla fabbrica all’ufficio. È dalla produzione del prodotto alla gestione dell’intera catena del valore.
Ed è su questa catena che nei prossimi anni si giocherà una parte decisiva della competitività europea.
Perché l’Europa potrà anche diventare sempre più un’economia di servizi. La questione sarà capire se quei servizi saranno abbastanza produttivi, tecnologici e integrati con l’industria da permettere al continente di continuare a controllare una quota significativa della ricchezza che produce.





