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Iran: Trump sospende (dopo un giorno) le scorte allo Stretto e mina la missione di Rubio dal Papa

06
Maggio 2026
Di Giampiero Gramaglia

Questa volta, Donald Trump ha battuto tutti i suoi record di volubilità e di imprevedibilità: dopo un solo giorno, decreta con un post la fine dell’operazione Project Freedom, che doveva consentire la ripresa della navigazione nello Stretto di Hormuz, con la scorta della US Navy ai mercantili e alle petroliere che volessero attraversarlo. La fine o, almeno, la sospensione. Il New York Times, che non ci si raccapezza, scrive che il magnate presidente è alla ricerca “di una pallottola d’argento per chiudere il conflitto”, che pesa sull’economia statunitense e sul suo elettorato: “Ma questa pallottola potrebbe non esistere”.

E mentre sconcerta avversari e alleati, Trump, in un’intervista al canale televisivo religioso Salem News Channel, rinnova le critiche mosse a Papa Leone XIV: “Penso che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone… Per lui va benissimo che l’Iran abbia un’arma nucleare… ”. Parole che minano la già delicata missione in Vaticano e a Roma, domani e venerdì, del segretario di Stato Usa Marco Rubio, chiamato a ricucire gli strappi causati dal magnate presidente con il Vaticano e con l’Italia.

Partiamo dalla situazione nello Stretto di Hormuz, dove, dopo gli episodi di lunedì, da lui stesso definiti “scaramucce” – c’erano stati attacchi iraniani a unità Usa e agli Emirati arabi uniti e l’asserita neutralizzazione di sette barchini iraniani da parte americana -, Trump cambia di nuovo scelta e ordina lo stop alle operazioni di scorta appena cominciate. Il presidente lo annuncia poco dopo che Rubio aveva confermato la nuova missione, che aveva poco o nulla a che vedere con tutte le giustificazioni per la guerra date al momento dell’aggressione israelo-americana all’Iran. Anche perché, fino al 28 febbraio, lo Stretto di Hormuz era normalmente aperto alla navigazione e non c’era bisogno di riaprirlo.

Un po’ più in sintonia con Trump di Rubio sembrava essere il segretario alla Guerra Pete Hegseth, che aveva già avvertito che l’operazione Project Freedom sarebbe stata “temporanea”, anche se forse neppure lui pensava potesse risultare così ‘temporanea’, e che gli episodi bellici di lunedì non avrebbero compromesso il fragile cessate-il-fuoco in atto. Per Hegseth, citato dal Washington Post, “la responsabilità di proteggere le navi nello Stretto sarà presto trasferita ad altre nazioni” – quali, non è chiaro -. Resta in atto il blocco dei porti iraniani operato dalla US Navy.

Il ‘cambio di rotta’ – il richiamo marinaro pare appropriato – del magnate presidente è attribuito, volta a volta, dai media statunitensi alla preoccupazione degli Emirati, in questo momento l’interlocutore privilegiato degli Usa nel Golfo, di essere troppo esposti alla reazione iraniana; oppure, ad una richiesta del Pakistan, che media tra Iran e Usa e che vede progressi nelle trattative; oppure ancora, al ‘fattore Cina’, con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a Pechino e Trump in arrivo a metà della prossima settimana per un vertice con il presidente cinese Xi Jinping, che doveva esserci a fine marzo, ma che venne rinviato causa guerra.

Per il New York Times, “la Casa Bianca insiste che la guerra è finita, anche se volano i missili”, e s’affida “a giri di parole retorici”, mentre il presidente “cerca di uscire dalla peggiore crisi politica di questo suo secondo mandato”. Un’idea è quella di aumentare la pressione economica su Teheran, anche se “è improbabile che il governo iraniano raggiunga un accordo senza un compromesso che gli permetta di salvare la faccia”. Il Washington Post nota che Trump continua a ripetere che la fine del conflitto è vicina, ma contemporaneamente alza il livello delle minacce all’Iran. Il Wall Street Journal introduce la variabile dei timori degli Stati del Golfo che Teheran rafforzi la propria posizione regionale grazie ai tentennamenti statunitensi.

Questo è lo sfondo su cui Rubio s’appresta a compiere la sua missione vaticana e italiana. A Trump hanno ieri risposto sia Papa Prevost, ricordando che lui predica il Vangelo, che è parola di pace, e non è interessato a entrare in diatribe politiche, sia il segretario di Stato della Santa Sede, cardinale Pietro Parolin, che ha citato San Paolo, “Opportune et importune”, modtrsnado una fiducia forse eccessiva nella cultura teologica della Casa Bianca.

Parolin dice che il pontefice predica la pace, cioè la parola di Dio, sia quando conviene che quando non conviene – opportune et importune – e che i potenti del mondo debbono farsene una ragione. Rispetto a Trump, Leone non ha bisogno di consensi e non deve affrontare le elezioni di midterm. “Il Papa ha già risposto – spiega Parolin –, dando una risposta molto cristiana e dicendo che lui sta facendo quello che il suo ruolo esige e cioè predicare la pace. Che questo possa piacere o non piacere, è un altro discorso: capiamo che non tutti sono sulla stessa linea. Lui va avanti per la sua strada”.