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Iran: Trump mette i negoziati a repentaglio, siluro alla pace o a Vance?

22
Giugno 2026
Di Giampiero Gramaglia

Le dichiarazioni – bellicose e aggressive – del presidente Usa Donald Trump mettono a repentaglio le trattative dirette tra Usa e Iran, in un fine settimane di colloqui a singhiozzo in Svizzera. Non si capisce se l’obiettivo del magnate presidente, tornato dal G7 particolarmente ‘su di giri’ e iracondo, sia mettere in difficoltà il nemico, cioé Teheran, o l’amico, cioè il suo vice JD Vance cui ha affidato il difficilissimo negoziato, una ‘polpetta avvelenata’, da cui uscirne bene è comunque improbabile, tanto più che gli stanno accanto i due giannizzeri di Trump, i ‘negoziatori in capo’, l’immobiliarista Steve Witkoff, che fa ‘affari’, non ‘accordi’, come piace al capo, e il ‘primo genero’ Jared Kushner, che fa affari di famiglia, come piace sempre al capo.

La delegazione iraniana comprende il presidente del Parlamento Mohammed Ghalibaf, e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Pakistan e Qatar forniscono i mediatori. A sabotare la trattativa, se non lo fa direttamente Trump, ci pensa il premier israeliano Benjamin Netanyahu, con gli attacchi in Libano che non cessano.

I commenti della stampa internazionale sono severi: “Trump voleva uscire dalla guerra… Ma rischia di ritrovarcisi risucchiato dentro…, scrive il Washington Post. Il professor Manlio Graziano su Appunti avverte: “Gli Stati Uniti e Israele hanno perso, l’Iran ha resistito… Ma la geopolitica non è un gioco a somma zero” e i risultati non sono mai definitivi. Dove lo scenario non cambia è l’Ucraina: i droni russi e ucraini compiscono nel fine settimana obiettivi reciproci, ci sono danni e vittime e la prospettiva di una trattativa e le speranze di pace restano flebili.

Lato Trump, è un vertiginoso susseguirsi di dichiarazioni ostili: verso gli alleati della Nato, specie verso l’Italia –Giorgia Meloni è divenuta un bersaglio preferito, come prima lo era Pedro Sanchez-, che lo hanno lasciato solo in una guerra scatenata senza neppure consultarli; verso l’ex sodale e partner, il premier Netanyahu; e verso il ‘satana’ iraniano. Trump minaccia di nuovo di colpire l’Iran se non tiene aperto lo Stretto di Hormuz, la cui ri-chiusura è stata annunciata dopo che Israele ha continuato a colpire Hezbollah e ad uccidere decine di civili ogni giorno in Libano nonostante l’accordo tra Iran e Usa preveda la fine delle ostilità nel Paese e nonostante una tregua tra Israele e Hezbollah annunciata nel fine settimana e mai rispettata, neppure da parte della milizia sciita pro-iraniana.

Per Vance, il cammino, già di per sé in salita, sta rivelandosi un’arrampicata di sesto grado. Il vice di Trump parla di “grandi progressi” e auspica un futuro in cui tutti “possano promuovere insieme pace e prosperità”: tra alti e bassi, con le trattative sospese e poi riprese, al ritmo delle sortite del presidente, sembra che sia stata delineata una tabella di marcia per i prossimi 60 giorni – in teoria, entro il 21 agosto i negoziati dovrebbero essere conclusi, anche se nessuno può escludere a priori proroghe – per affrontare le questioni più ostiche sul tappeto, i programmi nucleari iraniani, la circa mezza tonnellata di uranio arricchito di cui Teheran dispone, lo statuto dello Stretto di Hormuz – transitare con o senza pedaggi -, la levata delle sanzioni, lo sblocco dei beni iraniani congelati.

Se l’accordo non ci sarà, “ci prenderemo lo Stretto di Hormuz” e “distruggeremo” l’Iran, dice il falco Lindsey Graham, un senatore repubblicano che riferisce alla Cbs di avere passato “quattro ore e mezzo venerdì con Trump”. Il presidente “prenderà lo Stretto con la forza se l’intesa fallisce. Lo controlleremo e imporremo un pedaggio. Se l’Iran si oppone al nostro controllo, lo distruggeremo”, assicura Graham. Che rivolge un messaggio al popolo libanese: “I soccorsi sono in arrivo. Hezbollah terrorizza il vostro Paese da tanto tempo, ma sta per finire”. Non è certo che i soccorsi cui Graham pensa siano quelli auspicati dalla popolazione libanese.