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Tra Trump, Europa e destra interna: la settimana in cui Meloni perde il ruolo di ponte e cerca quello di argine
Di Beatrice Telesio di Toritto
La settimana politica si chiude con un’immagine molto diversa da quella su cui Giorgia Meloni aveva costruito una parte significativa della propria proiezione internazionale. Fino a pochi mesi fa la presidente del Consiglio poteva presentarsi come la leader europea più vicina a Donald Trump e, proprio per questo, come un possibile canale di comunicazione tra Washington e Bruxelles. Dopo il G7 di Évian e la polemica esplosa sulle parole del presidente americano, quello schema appare molto più fragile. Trump ha sostenuto in un’intervista a La7 che Meloni lo avrebbe «implorato» per una foto durante il vertice, aggiungendo di aver accettato perché gli avrebbe fatto pena. La premier ha reagito con una smentita durissima, definendo quelle frasi «completamente inventate» e chiudendo con una formula politica più che personale: «Io e l’Italia non supplichiamo nessuno». Non è soltanto un incidente diplomatico. È il segnale che il rapporto privilegiato con il trumpismo, finora utile a Meloni per accreditarsi come interlocutrice naturale della nuova amministrazione americana, può trasformarsi in un costo politico interno ed europeo. La cancellazione del viaggio negli Stati Uniti del ministro degli Esteri Antonio Tajani rafforza questa lettura: il caso non è stato trattato come una semplice scortesia personale, ma come un’offesa istituzionale all’Italia. Il punto è che la frizione arriva dopo settimane di divergenze sostanziali: l’Iran, l’Ucraina, i dazi, Gaza, il rapporto con gli alleati europei. Sul Medio Oriente, in particolare, Roma si muove dentro una strettoia evidente. Da un lato resta salda l’appartenenza al campo occidentale e il rapporto strategico con Washington; dall’altro l’Italia non può permettersi di aderire automaticamente a una linea americana percepita come unilaterale, soprattutto se la crisi con l’Iran rischia di colpire le rotte energetiche e commerciali, a partire dallo Stretto di Hormuz. È qui che il dossier internazionale diventa immediatamente politico: per un Paese manifatturiero, importatore netto di energia e già esposto alla volatilità dei prezzi, la guerra in Medio Oriente non è un capitolo estero ma una variabile diretta su inflazione, imprese, famiglie e consenso. Al G7 Meloni ha provato a tenere insieme due messaggi: unità dell’Occidente e tutela dell’interesse nazionale. Ma proprio il comportamento di Trump le ha imposto un salto di postura. Non più soltanto ponte tra Europa e Stati Uniti, ma possibile argine europeo a un alleato americano sempre meno prevedibile. Lo stesso passaggio si ritrova sul dossier ucraino. Al Consiglio europeo, l’Ue ha rivendicato un ruolo chiave in una futura soluzione diplomatica e la disponibilità a difendere i propri interessi nei negoziati di pace. È un punto coerente con la linea sostenuta da Meloni nei giorni precedenti: se la pace tra Ucraina e Russia dovrà produrre conseguenze sulla sicurezza europea, sulle garanzie a Kiev, sulle sanzioni e sulla ricostruzione, l’Europa non può limitarsi ad assistere a un negoziato deciso altrove. Anche qui, però, il problema è politico prima che diplomatico. Chiedere una voce europea autorevole significa riconoscere che il rapporto transatlantico non basta più come cornice automatica di stabilità. Significa anche esporsi al rischio di una contraddizione: Meloni ha costruito la sua credibilità internazionale sulla fedeltà atlantica, ma oggi deve dimostrare che quella fedeltà non coincide con la subordinazione. La risposta a Trump, per questo, funziona anche sul piano interno. Permette alla premier di spostare il conflitto dal terreno della simpatia ideologica a quello della dignità nazionale. E le consente di ricompattare temporaneamente una parte ampia del sistema politico, con reazioni di solidarietà arrivate non solo dalla maggioranza ma anche dalle istituzioni. Tuttavia la stessa settimana mostra che il fronte interno della destra non è più immobile. Lo scontro con Roberto Vannacci e Futuro Nazionale certifica l’apertura di una competizione identitaria alla destra di Fratelli d’Italia e della Lega. Meloni ha accusato i vannacciani di fare «il gioco della sinistra» e di non rappresentare la «vera destra», mentre Futuro Nazionale ha risposto parlando apertamente di guerra politica. È un passaggio rilevante perché avviene proprio mentre la premier è costretta a muoversi come leader istituzionale, europea e atlantica, cioè dentro un perimetro di responsabilità che inevitabilmente riduce lo spazio della destra di opposizione. Più Meloni si presenta come garante della collocazione occidentale dell’Italia e della tenuta europea, più lascia scoperto un segmento di elettorato attratto da una linea più radicale su sovranità, immigrazione, identità e rapporto con Bruxelles. La novità della settimana è dunque questa: la politica estera non rafforza automaticamente Meloni, ma la obbliga a ridefinire il suo equilibrio. Con Trump non può più permettersi un allineamento simbolico senza condizioni; con l’Europa deve dimostrare che l’Italia non chiede solo di essere inclusa nei tavoli, ma è in grado di incidere sui dossier; con la destra interna deve evitare che la normalizzazione di governo venga letta come arretramento identitario. La crisi con Trump, paradossalmente, può offrirle una via d’uscita: trasformare la distanza dal presidente americano in una prova di autonomia nazionale. Ma è una linea sottile, perché il governo dovrà continuare a trattare con Washington su difesa, commercio, NATO, energia e sicurezza. La settimana racconta quindi meno una rottura definitiva che un cambio di fase. Meloni non può più vivere di rendita sulla vicinanza personale al trumpismo, né può limitarsi a invocare un ruolo europeo dell’Italia senza misurarsi con il costo politico di quella ambizione. Il vero tema, da oggi, è se Palazzo Chigi riuscirà a trasformare questa frizione in autorevolezza o se finirà per restare schiacciato tra un’America più aggressiva, un’Europa ancora incerta e una destra italiana che torna a muoversi sul terreno della competizione interna.





