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Iran, settimo giorno di guerra: le strategie del caos di Trump e degli ayatollah

06
Marzo 2026
Di Giampiero Gramaglia


C’è una ‘strategia del caos’ iraniana alla base delle reazioni dirette contro i Paesi del Golfo, ma anche Cipro e da ieri l’Azerbaigian, come dei fermenti delle milizie sciite pro-iraniane in Libano, Iraq e Siria: da anni, la teocrazia sciita aveva avvertito che avrebbe messo ‘a ferro e fuoco’ l’intero Medio Oriente con missili e droni se avesse percepito che la sua esistenza era minacciata. Ed è esattamente quello che, secondo la Ap, sta avvenendo.

Ma ci sarebbe anche una ‘strategia del caos’ dietro l’aggressione all’Iran israeliana e statunitense: lo si ricava dalle critiche generalizzate sui più importanti media Usa alla mancanza di obiettivi precisi dell’Amministrazione Trump e, soprattutto, all’assenza di una strategia di uscita dal conflitto. Che potrebbe pure cessare da un momento all’altro, come avvenne con la ‘guerra dei 12 giorni’, appena otto mesi or sono, qualora il presidente Usa Donald Trump avesse la sensazione che i costi per lui, in termini economici e/o di popolarità, sono maggiori dei benefici.

Da quando, sabato scorso, Stati Uniti e Israele hanno lanciato la loro aggressione contro l’Iran, che continua con ondate di attacchi con missili e bombe su migliaia di obiettivi militari, ma anche infrastrutturali, l’Iran ha a sua volta lanciato migliaia di missili e droni contro Israele, basi militari e ambasciate americane nella Regione e strutture energetiche in tutto il Golfo e non solo.
La strategia di fondo è instillare la paura di una guerra senza fine dalle conseguenze energetiche ed economiche incalcolabili, nella speranza che gli alleati degli Stati Uniti e di Israele premano perché la campagna finisca. Ma una strategia del genere ha elementi di debolezza: i lanciatori iraniani e pure le munizioni incomincerebbero a scarseggiare e Teheran cercherebbe di colpire meno bersagli con maggiore precisione; e i Paesi coinvolti potrebbero passare da un atteggiamento puramente difensivo a uno aggressivo verso l’Iran.

In proposito, Financial Times e Wall Street Journal si concentrano su un’iniziativa degli Emirati arabi uniti per bloccare i beni iraniani così da punire Teheran, ‘strangolandone’ l’accesso ai mercati finanziari internazionali e al commercio mondiale.
Molti media Usa insistono sulla cronaca del conflitto, con le ondate di pesanti attacchi su Teheran e su Beirut – la scorsa notte sarebbero però stati meno letali delle precedenti, almeno per Le Monde – e un’ennesima unità navale iraniana in fiamme nel Golfo – stavolta, è una ‘lancia droni’ -, “nell’ambito della missione – scrive la Fox – di affondare tutta la flotta iraniana”. Un proposito cui l’Iran risponde in modo altrettanto tracotante: gli Usa “rimpiangeranno amaramente” i loro attacchi, è il monito di un leader religioso iraniano, che reclama “il sangue” di Trump.

Teheran sostiene, inoltre, di avere colpito basi di curdi in Iraq, dopo che si era diffusa la notizia, mai confermata, di un ingresso in Iran di milizie curde. Trump, dal canto suo, giudica che “inviare truppe di terra in Iran sarebbe una perdita di tempo” – e, soprattutto, di uomini, ndr -.
Il New York Times spiega, con l’ausilio d’immagini, come e perché è stata colpita, sabato scorso, all’inizio dell’aggressione, la scuola di Minab dove oltre 150 bambine sono state uccise. La scuola era ai margini del complesso di una base navale iraniana ed è stata coinvolta per errore nell’attacco all’installazione militare. L’Onu e varie organizzazioni non governative chiedono sull’accaduto un’inchiesta indipendente approfondita.

Queste e molte altre considerazioni sul conflitto dominano titoli e analisi sui media internazionali questa mattina. Ci sono le dichiarazioni del presidente Trump, che vuole avere un ruolo nella scelta della nuova Guida Suprema iraniana e ‘boccia’ come “incompetente” Mojtaba Khamenei, il figlio del leader ucciso sotto le bombe del primo giorno, l’ayatollah Ali Khamenei. E c’è la notizia che, dopo il Senato, anche la Camera ha bocciato un tentativo dell’opposizione democratica per limitare i poteri di guerra del presidente. Il voto, 219 no e 212 sì, è stato lungo linee sostanzialmente partitiche, con due repubblicani che hanno votato sì e qualche democratico che ha votato no.

Il che conferma che, nonostante una netta maggioranza degli americani sia contraria a questa guerra e nonostante i malumori nella galassia Maga, cioè fra i sostenitori del presidente, i senatori e deputati repubblicani continuano ad evitare di mettersi contro Trump. La maggioranza repubblicana preferisce non parlare del conflitto e concentrare l’azione legislativa su temi che hanno a che vedere con il costo della vita – mentre la guerra sta già incidendo sul costo alla pompa dei carburanti -. E c’è una proposta di risoluzione per denunciare Teheran come sponsor del terrorismo integralista.

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