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Iran: una dozzina di Paesi coinvolti nella guerra, le vittime aumentano, prospettive incerte
Di Giampiero Gramaglia
Al quarto giorno di guerra, gli Stati Uniti paiono quasi stupiti della reazione opposta dall’Iran all’aggressione israelo-americana e, soprattutto, dal fatto che il conflitto si sia esteso a una dozzina di Paesi: quelli del Golfo, raggiunti da missili e droni iraniani – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait; resta fuori l’Oman, che mediava tra Washington e Teheran –, il Libano, persino Cipro, senza contare i fermenti in Iraq e in Siria, dove le milizie filo-iraniane compiono atti ostili contro obiettivi americani.
Ma doveva essere chiaro che Teheran avrebbe reagito e che, di fronte all’ampiezza dell’attacco, non avrebbe usato la stessa moderazione mostrata negli anni precedenti, quando le operazioni erano state limitate nel tempo e negli obiettivi. Questa volta israeliani e americani non si limitano a colpire installazioni nucleari e rampe missilistiche, ma bombardano città e conducono una caccia ai leader con attacchi mirati. Il regime, decapitato ma non rovesciato, risponde.
In queste ore, l’esercito israeliano afferma di stare attaccando «simultaneamente» Teheran e Beirut e che proprie unità si sono attestate nel Sud del Libano, mentre le forze armate statunitensi si concentrano sui posti di comando dei Guardiani della Rivoluzione iraniani. Questi ultimi, a loro volta, colpiscono con droni una base aerea americana in Bahrein e il ponte che collega l’isola alla penisola arabica.
In un’ottica statunitense, gli elementi salienti delle ultime ore sono quattro: gli attacchi con droni alle ambasciate Usa in Arabia Saudita e in Kuwait – danni solo materiali, pare –; l’aumento delle vittime, oltre 500 in Iran con migliaia di feriti, una decina in Israele, morti isolati altrove e sei militari americani caduti; le dichiarazioni contrastanti del presidente Donald Trump e del segretario alla Guerra Pete Hegseth sull’eventuale invio di truppe di terra in Iraq, prima dato per possibile e poi escluso; e il silenzio, finora, del vice-presidente JD Vance, di cui Fox annuncia un’intervista esclusiva imminente. Fino a venerdì scorso Vance insisteva nel dare priorità alla diplomazia sull’intervento militare e rappresenta l’ala dei Maga più ostile a nuovi impegni bellici all’estero.
Fra i Maga rimbalzano anche dichiarazioni contrarie a una guerra contro l’Iran attribuite a Charlie Kirk, l’attivista conservatore ucciso in un’università dello Utah nel settembre scorso. Intanto il presidente Trump, con il suo linguaggio spesso tracotante, esalta le risorse belliche «illimitate» degli Stati Uniti e ammonisce gli iraniani che il peggio deve ancora venire. Sostiene che la guerra «durerà quattro o cinque settimane», pur sapendo che le sue indicazioni temporali sono considerate poco affidabili, e afferma di essere pronto ad andare avanti quanto necessario per raggiungere gli obiettivi, senza chiarire quali siano. Rivendica di essere «in anticipo sui piani», perché aveva calcolato che sarebbe servito un mese per sbarazzarsi della leadership iraniana e, invece, molto sarebbe stato fatto in tempi più rapidi.
Sul piano economico, gli effetti si fanno sentire: paralisi della navigazione nello Stretto di Hormuz, rallentamenti nel traffico aereo, borse in calo, oro e prezzi dell’energia in rialzo. E non mancano le sorprese tipiche di ogni conflitto: tre caccia-bombardieri statunitensi sono stati abbattuti ieri per errore dal «fuoco amico» della contraerea kuwaitiana; i piloti si sono salvati eiettandosi.
I sondaggi negli Stati Uniti indicano che la maggioranza degli americani è contraria a una guerra di cui fatica a comprendere le ragioni, ma circa la metà ritiene che, nel lungo periodo, il conflitto possa migliorare la sicurezza nazionale. Il capo di Stato Maggiore della Difesa Usa, generale Dan Caine, cui i media attribuivano cautele sull’attacco, avverte che bisogna attendersi altri caduti tra i militari impegnati nelle operazioni e che «il lavoro che resta da fare è difficile e pericoloso». I bombardamenti israeliani e statunitensi proseguono martellanti, colpendo centri di comando e postazioni militari, ma anche infrastrutture energetiche e industriali, aeroporti, porti e ferrovie.
In questo quadro l’Europa appare ai margini. Nei suoi Appunti, Stefano Feltri parla di «Ue codarda» e sostiene che «i leader dell’Unione e i vertici delle istituzioni si allineano a sostegno della guerra illegale e irresponsabile all’Iran. Nel 2003 con l’Iraq avevano avuto più dignità». Allora Francia e Germania si opposero all’invasione, condivisa invece da Gran Bretagna, Italia e inizialmente Spagna. Politico scrive che l’Europa «cerca di tenersi fuori dalla guerra all’Iran», un tema di cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz non potrà fare a meno di discutere oggi a Washington con Trump.





