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Meloni tratta con la Ue sul caro energia, verso il decreto venerdì

19
Maggio 2026
Di Giuliana Mastri

La scadenza è venerdì 22 maggio e l’orologio non si ferma. Senza una proroga del taglio alle accise, il diesel potrebbe superare i 2,20 euro al litro e la benzina risalirebbe rapidamente oltre i 2 euro. È questo lo scenario che il governo vuole evitare a tutti i costi, ma per farlo ha bisogno di coperture che non ha ancora trovato: servono almeno 200-300 milioni di euro, e Palazzo Chigi non sa ancora dove reperirli.

Il canale privilegiato resta Bruxelles. Meloni tratta con la Commissione europea cercando margini di flessibilità sui costi dell’energia, e agita lo spettro del fondo Safe – lo strumento tanto caro a von der Leyen – come leva negoziale. La risposta ufficiale della Commissione è che «non è possibile, ci sono altre opzioni», ma nei briefing a porte chiuse i portavoce hanno lasciato intravedere due indicazioni di metodo: usare quanto già disponibile e sfruttare pienamente i finanziamenti Ue già stanziati, «che sono davvero ingenti». Circa 300 miliardi di euro per investimenti nel settore energetico attraverso strumenti come Next Generation Eu, i fondi della politica di coesione e il Fondo per la modernizzazione, con ancora 95 miliardi disponibili. In parallelo, la Commissione sta lavorando su misure comuni ai 27, tra cui il pacchetto Accelerate Ue e la revisione degli Ets con quote gratuite per circa 4 miliardi – ma tutto questo non sarà pronto prima dell’estate. Troppo tardi.

La partita al G7 e il nodo del 3 giugno

Con Bruxelles che non chiude la porta ma non apre nemmeno il portafoglio, la trattativa si sposta su più tavoli contemporaneamente. A Parigi è in corso il G7 Economia, e il ministro Giorgetti lavora in parallelo con gli omologhi francese e tedesco cercando sponde. Un passaggio cruciale potrebbe essere il Consiglio europeo di giugno, ma prima ancora il 3 giugno quando il commissario economico Dombrovskis terrà le sue consuete «Osservazioni di primavera», la pagella finanziaria annuale per ciascuno dei 27. In quella sede l’Italia potrebbe raccogliere una «promessa rinviata»: se il lavoro di Giorgetti in questi anni venisse valutato positivamente, potrebbe essere concessa l’uscita dalla procedura d’infrazione «sub iudice» nonostante uno sforamento dello 0,1% di PIL – circa due miliardi – con la promessa di comportamenti più virtuosi nel 2027 e nel 2028. Un’ipotesi carica di «se» e con una tempistica che stride con l’urgenza del momento.

L’unica soluzione praticabile nell’immediato è un decreto della durata di un mese – valido fino al 22 giugno – dello stesso valore dell’ultimo provvedimento, circa 500 milioni, erogato in due tranche: la prima subito, la seconda subordinata alla stima del gettito IVA attesa per metà giugno. Venerdì potrebbero bastare circa 200 milioni. Il resto dipenderà da come si muoveranno gli altri Stati membri e da quanto sarà disponibile la Germania di Friedrich Merz, capofila dei frugali ma anche alleata di Meloni. Berlino non vuole sentir parlare di debiti eccessivi in Europa e lo ripete da giorni, pur riconoscendo che il caso italiano ha caratteristiche proprie: «Siamo importatori totali di energia, abbiamo il debito pubblico oltre il 3% e il governo carica le bollette con circa il 40% di accise. Il problema dello Stretto di Hormuz esiste per tutti, ma per noi è tutto più complicato», sintetizza il capodelegazione di Fdi al Parlamento europeo Carlo Fidanza. «E questo non può ricadere sull’Europa.»

La Commissione, dal canto suo, continua a seguire gli sviluppi dichiarandosi pronta ad agire usando le flessibilità esistenti. Dal Mef trapela un cauto ottimismo, fondato su una premessa: non chiedere una deroga al Patto di stabilità per l’energia, ma soltanto l’estensione alle stesse condizioni di quella già in vigore.