Economia
La denatalità pesa: l’ABI stima un -18% del PIL entro il 2050
Di Elisa Tortorolo
Più che un destino inevitabile, una chiamata all’azione. L’ultimo report dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI), intitolato “Un paese che non invecchia”, mette l’economia italiana davanti a un bivio cruciale: l’evoluzione demografica dei prossimi decenni richiederà nuove strategie per evitare una frenata della crescita, quantificabile in un -18% del PIL entro il 2050 se si decidesse di non fare nulla. La buona notizia? Le contromisure esistono, sono a portata di mano e possono azzerare del tutto l’impatto economico del calo delle nascite.
Il focus dello studio, basato sulle proiezioni Istat, non vuole essere un bollettino di sventura, ma una mappa pragmatica per il futuro. Meno popolazione in età lavorativa significa fisiologicamente una minore spinta alla produzione e ai consumi, ma il trend può essere governato con riforme mirate e una nuova visione del mercato del lavoro.
Le proiezioni indicano che da qui al 2080 la struttura sociale dell’Italia cambierà profondamente. La popolazione complessiva potrebbe contrarsi dagli attuali 59 milioni a circa 45,8 milioni, con la quota di over 67 che salirà fino al 31%. Questo comporterà una rimodulazione del nostro sistema di welfare. Se oggi 100 persone in età lavorativa ne sostengono finanziariamente 49 (tra giovani e anziani), nel 2050 la quota salirà a quasi 72, per poi assestarsi intorno a 75 nel 2080. Una dinamica che si preannuncia più accentuata nel Mezzogiorno e che spinge a ripensare fin da subito i modelli di spesa pubblica, previdenza e sanità per garantirne la piena sostenibilità.
Il dato più interessante dell’indagine ABI è che il divario di crescita stimato non è una condanna. L’impatto negativo del calo demografico può essere interamente compensato attivando quattro leve strategiche, su cui l’Italia ha ampi margini di miglioramento rispetto alla media europea: i giovani, per i quali l’Associazione raccomanda l’accelerazione nel mondo del lavoro e l’allineamento del tasso di occupazione giovanile agli standard continentali; le donne, abbattendo le barriere all’ingresso per l’occupazione femminile; i laureati, incrementando la quota di lavoratori con istruzione superiore per favorire l’innovazione tecnologica e la competitività delle imprese; infine la gestione e l’ottimizzazione dei flussi migratori regolari, incanalandoli in base ai reali fabbisogni del sistema produttivo. Secondo i modelli econometrici dell’indagine, l’effetto combinato di queste misure permetterebbe di colmare il vuoto lasciato dalla contrazione demografica, mantenendo l’economia su un binario di crescita stabile.
In questa fase di profonda riorganizzazione, il mondo del credito si candida a fare da acceleratore del cambiamento. L’ABI sottolinea come la transizione demografica rappresenti l’occasione ideale per ridisegnare il ruolo delle banche nello sviluppo economico e sociale. Il settore è già attivo nel mitigare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione, puntando su una forte sinergia pubblico-privato. I fronti d’azione sono concreti: dallo sviluppo della previdenza complementare e dei prodotti assicurativi dedicati, al sostegno del microcredito per l’inclusione delle fasce più deboli, fino ai finanziamenti specifici per le pari opportunità e a programmi diffusi di educazione finanziaria.
Insomma, la sfida demografica è aperta. le soluzioni ci sono e i margini di manovra pure: resta da capire se la politica e il sistema produttivo sapranno muovere queste quattro leve prima che il tempo a disposizione si esaurisca.





