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Con l’Iran in stallo e l’Ucraina in fiamme, Trump pensa a Cuba
Di Giampiero Gramaglia
Il conflitto con l’Iran è in stallo, sui fronti militare e diplomatico; la guerra in Ucraina si riaccende, con attacchi con droni massicci, reciproci e letali; ma il presidente Donald Trump è già proiettato sul prossimo diversivo della sua estemporanea politica estera, Cuba, dove pare che il regime stia annaspando.
Dopo l’intervento degli Usa in Venezuela all’inizio dell’anno, le forniture di petrolio di Caracas all’Avana sono di fatto venute meno e la crisi energetica endemica nell’isola caraibica ha raggiunto – secondo fonti di stampa statunitensi – “un punto di rottura”: c’è il rischio che i blackouts già frequenti e devastanti per l’economia e per le condizioni di vita della popolazione diventino più frequenti, più ampi e più lunghi su scala nazionale.
Gli Stati Uniti mettono pressione su Cuba, diplomaticamente, economicamente, militarmente – Trump minaccia di fare ‘piantonare’ l’isola da una sua portaerei – e anche giudiziariamente. Dopo che il direttore della Cia John Ratcliffe ha compiuto una missione (tenuta inizialmente segreta) all’Avana e ha avuto incontri riservati ad alto livello, il Dipartimento della Giustizia mette sotto inchiesta l’ex presidente cubano Raul Castro, fratello del mitico Fidel. Raul, 94 anni, è stato presidente dal 2008 al 2018 e dal 2021 non ha più nessun incarico politico.
Se per Cuba s’avvicina l’ora dei conti con Trump, i rapporti tra Usa e Venezuela restano ‘ballerini’: il magnate presidente ha recentemente minacciato di farne il 51° Stato dell’Unione – un destino che aveva già preconizzato per il Canada -, senza suscitare reazioni troppo vementi da parte di Caracas.
La presidente ad interim Delcy Rodriguez, che, secondo alcune fonti, sta consolidando il suo potere, s’è limitata a commentare che il Venezuela non ha progetti di adesione agli Usa. Media statunitensi attribuiscono la ‘misura’ di Caracas alla ricerca di un equilibrio nei rapporti con Washington, dopo l’arresto ‘manu militari’ del presidente venezuelano Nicolas Maduro e di sua moglie, attualmente detenuti negli Usa e in attesa di giudizio.
Va probabilmente inserita in questo contesto la notizia che Caracas ha deportato negli Stati Uniti Alex Saab, uomo d’affari molto vicino a Maduro, che nel 2023 era stato rispedito in Venezuela, nell’ambito d’uno scambio di prigionieri, dall’allora presidente Usa Joe Biden e che ora deve rispondere di nuove accuse di fronte alla giustizia americana.
Vertice Xi – Trump archiviato in fretta, Iran a rischio re-escalation, recrudescenza Ucraina
Il vertice “più importante di tutti i tempi” – parole di Trump dopo l’incontro con il presidente cinese Xi Jinping – è stato archiviato in fretta dai media statunitensi, non avendo avuto risultati concreti. E adesso si guarda alla visita a Pechino del presidente russo Vladimir Potin, tesa a rafforzare – afferma il Cremlino- “il partenariato globale e la cooperazione strategica” fra Cina e Russia.
Sul fronte Cina – Usa, oltre alle dichiarazioni, come al solito roboanti, del magnate presidente, c’è solo un calendario di ulteriori incontri: la visita in autunno di Xi negli Usa e i vertici multilaterali dell’Apec, a novembre, e del G20 a Miami in Florida, a dicembre, entrambi oltre il ‘giro di boa’ delle elezioni di midterm il 5 novembre.
La “risposta fredda” di Xi a Trump sull’Iran – la definizione è di Fox News – lascia aperta l’ipotesi duna re-escalation del conflitto. Trump, che ha ieri parlato per mezz’ora con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, riunisce oggi il Consiglio di Sicurezza nazionale e i vertici militari e discute le opzioni sul tavolo. Trump ha di nuovo minacciato Teheran di un lasciare pietra su pietra nel Paese in assenza di un’intesa.
Israele è pronta a riprendere i bombardamenti sull’Iran e, intanto, vanta l’uccisione, avvenuta venerdì nella Striscia di Gaza, di un leader dell’ala militare di Hamas Izz al-Din al-Haddad, uno degli ultimi artefici superstiti degli attacchi terroristici in territorio israeliano del 7 ottobre 2023.
L’Amministrazione Usa sospetta che l’Iran abbia hackerato il sistema di distribuzione del carburante al dettaglio, cioè alle pompe, negli Stati Uniti, nell’intento di condizionare l’andamento dei prezzi e, quindi, di farli salire. Il che accresce l’insofferenza verso la guerra e l’insoddisfazione verso le scelte di Trump dei consumatori statunitensi.
In tema di inflazione, Politico scrive che i produttori di carne americani vogliono che un hamburger costi 30 $ e che Trump non ha buone opzioni in questa situazione: se sta dalla parte degli allevatori, che sono tradizionalmente una ‘constituency’ repubblicana, fa ulteriormente salire il costo della vita e scontenta i consumatori; se contrasta i ranchers, rischia di privare i candidati repubblicani d’importanti donatori, in vista del voto di mid-term.
E ciò proprio nel momento in cui, secondo il Wall Street Journal, il presidente e i repubblicani puntano a spendere somme di denaro colossali in propaganda elettorale per contenere l’ ‘onda blu’, cioè l’avanzata dei democratici, che si prospetta. L’altra opzione per evitare o contenere la sconfitta è la ridistribuzione dei collegi negli Stati repubblicani.
Il Wsj è il giornale che più spazio dà alla guerra all’Iran, ma dal punto di vista economico, chiedendosi chi sono i vincitori e i vinti nel nuovo oridine petrolifero mondiale, e geo-politico, approfondendo la difficile cesistenza di Arabia saudita ed Emirati arabi uniti scossa dal conflitto. Però l’occhio, nella testata del WSJ, cade sulle foto dei protagonisti dei conflitti giudiziari in atto sull’IA.





