Il sondaggio pubblicato oggi dal Corriere della Sera e realizzato dalla Ipsos di Nando Pagnoncelli fotografa un dato politico molto più importante di quanto sembri a prima vista: gli italiani guardano con crescente preoccupazione a Donald Trump e alla postura internazionale degli Stati Uniti.
Il giudizio negativo (77%) prevale nettamente su quello positivo e, soprattutto, emerge una sensazione diffusa di instabilità e insicurezza rispetto alla politica estera americana (il 74% ritiene mal gestito il conflitto con l’Iran).
È un dato che aiuta a spiegare alcune delle difficoltà vissute dal Governo Meloni nelle ultime settimane, a partire dalla sconfitta al referendum sulla giustizia.
Lo avevamo già scritto: dietro quel sonoro “no” non c’era soltanto il merito della riforma, ma anche un clima emotivo più profondo. La guerra, l’escalation internazionale, la sensazione di vivere costantemente sull’orlo dello showdown hanno inciso molto più di quanto la politica italiana abbia voluto ammettere.
In un contesto simile, qualsiasi proposta percepita come conflittuale o divisiva tende inevitabilmente a pagare un prezzo.
Il dato interessante del sondaggio è che questa paura sembra produrre un effetto politico preciso: il ritorno di un sentimento europeista (63% degli intervistati).
Non necessariamente un europeismo ideologico o entusiasta, ma un europeismo da rifugio, quasi da protezione collettiva. L’idea che stare insieme in Europa significhi avere uno scudo più forte rispetto agli shock provenienti dall’esterno. È un cambio di umore importante, soprattutto dopo anni in cui l’Europa era stata raccontata più come vincolo che come riparo.
In questo senso si inseriscono alla perfezione anche le parole pronunciate da Mario Draghi nel discorso di accettazione del Premio Carlo Magno. Draghi ha insistito sulla necessità di un’Europa capace di difendersi economicamente, industrialmente e strategicamente, sostenendo che il tempo dell’ingenuità geopolitica sia finito.
Un messaggio che arriva mentre cresce l’attesa per il suo nuovo libro, in uscita a fine mese per Rizzoli (gruppo Mondadori), che molti già leggono come una sorta di manifesto politico-culturale per la prossima fase europea.
Questo ritorno dell’europeismo potrebbe diventare fondamentale anche per Giorgia Meloni nell’ultimo anno pieno della legislatura. Perché il Governo si trova di fronte a due grandi dossier che rendono inevitabile una rimodulazione del rapporto con Bruxelles.
Il primo è quello dei parametri europei e dei conti pubblici. Dopo il mancato rientro nei tempi previsti dalla procedura per deficit eccessivo, Palazzo Chigi dovrà decidere se tentare di allentare i vincoli europei per tutti, sfruttando il contesto internazionale e le tensioni geopolitiche, oppure se provare a rientrare autonomamente nei parametri attraverso una linea più rigorosa.
Entrambe le strade hanno costi politici elevati. E non aiutano alcune uscite estemporanee, come quella del Vicepremier Antonio Tajani, che ha evocato la possibilità di una “manovra correttiva”, alimentando immediatamente nervosismo dentro la maggioranza stessa (e forse anche sui mercati).
Il secondo grande tema è il PNRR. Per quattro anni il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha rappresentato una gigantesca iniezione di risorse nell’economia italiana. Eppure, paradossalmente, non è mai stato davvero trasformato in un racconto politico di successo.
Il Governo si è limitato a gestire la dimensione burocratica e amministrativa del Piano: scadenze, milestone, rendicontazioni, rate da incassare. Poco si è raccontato di quanto il PNRR abbia sostenuto la crescita in questi anni, ancora meno di cosa potrà produrre nel medio periodo grazie agli investimenti realizzati.
E qui emerge il nodo politico vero. Se nei prossimi mesi verrà meno la spinta economica del PNRR e contemporaneamente aumenteranno i vincoli europei sui conti pubblici, il Governo Meloni avrà bisogno di una nuova narrazione economica e internazionale. Una narrazione meno identitaria e più rassicurante. Meno muscolare e più istituzionale.
Per questo il riavvicinamento all’Europa potrebbe non essere soltanto una necessità diplomatica, ma una vera esigenza politica interna. Non tanto per convinzione ideologica, quanto perché una parte crescente dell’elettorato sembra associare oggi l’Europa alla stabilità e Trump all’instabilità. Ed è una percezione che, lentamente, rischia di cambiare anche gli equilibri politici italiani.





