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22 luglio, Utoya e la minaccia che l’Europa continua a sottovalutare

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Luglio 2026
Di Gianni Pittella

Il 22 luglio ricorre l’anniversario della strage di Utoya, una delle pagine più drammatiche della storia europea contemporanea. Nel 2011 Anders Behring Breivik assassinò 77 persone tra Oslo e l’isola di Utoya, colpendo in gran parte giovani impegnati politicamente. Non fu il gesto isolato di un folle, ma un atto terroristico maturato all’interno di un’ideologia suprematista, xenofoba e profondamente antidemocratica.

A distanza di quindici anni, sarebbe un grave errore considerare quella tragedia un episodio relegato al passato. Al contrario, il terrorismo dell’estrema destra continua a rigenerarsi attraverso una rete transnazionale fatta di propaganda online, manifesti ideologici, simboli condivisi e reciproca emulazione. Una vera e propria “rete nera” che attraversa confini, utilizza i social media come strumento di radicalizzazione e trasforma ogni attentatore in un modello per il successivo.

Gli episodi degli ultimi mesi sono inquietanti. Dall’omicidio del piccolo Kobiljon Aliev vicino a Mosca, trasmesso in diretta dal suo assassino che esibiva il riferimento simbolico al “2083” di Breivik, fino al diciassettenne arrestato in Italia mentre progettava una strage in una scuola ispirandosi apertamente a Breivik e Brenton Tarrant. Dall’ attentato contro il Centro islamico di San Diego, accompagnato da un manifesto suprematista, fino al dodicenne fermato in Sicilia mentre progettava di aggredire compagni musulmani e una studentessa nera, dopo essersi nutrito degli stessi riferimenti ideologici diffusi online.
Anche l’assassinio del lavoratore maliano Bakari Sako a Taranto richiama la necessità di riflettere sul clima di odio che può trasformarsi in violenza estrema contro chi viene percepito come “diverso”. Ogni episodio ha caratteristiche proprie e responsabilità individuali che spettano alla magistratura accertare, ma il filo dell’intolleranza e della disumanizzazione non può essere ignorato.

Questi fatti dimostrano che non siamo di fronte a episodi scollegati, ma a un ecosistema estremista che si alimenta attraverso internet, le piattaforme digitali e comunità virtuali dove si celebrano gli autori delle stragi precedenti, si condividono manifesti, si diffondono teorie cospirazioniste come quella della cosiddetta “Grande Sostituzione” e si incoraggia il passaggio all’azione.
Per troppo tempo l’Europa ha concentrato la propria attenzione quasi esclusivamente sul terrorismo di matrice jihadista. Quella minaccia resta reale e va contrastata con determinazione. Ma sarebbe altrettanto pericoloso sottovalutare la crescita del terrorismo suprematista e xenofobo, che coinvolge sempre più spesso adolescenti e giovanissimi radicalizzati in rete.

La risposta non può limitarsi alla repressione. Ritengo essenziale e urgente rafforzare la cooperazione tra intelligence e forze di polizia europee, monitorare con maggiore efficacia gli spazi digitali dove prospera la propaganda dell’odio, investire nell’educazione civica e nella cultura democratica, sostenere programmi di prevenzione della radicalizzazione e pretendere una maggiore responsabilità delle piattaforme online.

Ricordare Utoya significa assumersi una responsabilità collettiva. Non soltanto onorare la memoria delle vittime, ma riconoscere che l’odio organizzato continua a cercare nuovi adepti e nuovi bersagli. La democrazia non viene minacciata soltanto dalle armi, ma anche dalle ideologie che trasformano il diverso in un nemico da eliminare.

L’Europa è nata per sconfiggere i nazionalismi estremi, il razzismo e la violenza politica che hanno devastato il Novecento. Difendere quella eredità oggi significa riconoscere senza esitazioni che il terrorismo suprematista rappresenta una minaccia concreta alla nostra sicurezza, alla convivenza civile e ai valori fondanti dell’Unione europea. Ignorarlo sarebbe il modo più pericoloso di tradire la lezione di Utoya.