Lavoro
Huang (Nvidia): usare l’AI per giustificare i licenziamenti è solo pigrizia
Di Giuliana Mastri
Da tempo nutriamo dubbi sulle dichiarazioni altisonanti dei leader tecnologici che promettono di automatizzare i posti di lavoro con l’AI. Da anni molti dirigenti hanno sollevato più di un sopracciglio giustificando licenziamenti di massa con l’argomento che l’intelligenza artificiale aveva reso migliaia di ruoli superflui. Ma mentre la realtà si assesta e le reali capacità della tecnologia emergono con più chiarezza, alcuni nel settore stanno cambiando radicalmente registro.
L’ultimo in ordine di tempo è Jensen Huang, CEO di Nvidia, che ha apertamente criticato altri dirigenti per aver usato l’AI come alibi per i tagli al personale, invitandoli a smettere. Il messaggio implicito è chiaro: i costi esorbitanti, soprattutto quelli legati alla spesa in AI, alla cattiva gestione e alle assunzioni eccessive, sono il vero problema.
«La narrativa che collega l’AI alla perdita di posti di lavoro, nel caso di molti CEO che la usano, è semplicemente troppo pigra», ha dichiarato Huang a Channel News Asia. «L’AI è appena arrivata: com’è possibile che stiano già perdendo posti di lavoro?» E ancora: «Com’è possibile che l’AI sia diventata produttiva e utile solo sei mesi fa, e che nel frattempo stessero licenziando persone due anni fa proprio a causa dell’AI? Non ha alcun senso».
Huang non ha usato mezze misure. «Era solo un modo per sembrare intelligenti, e lo odio profondamente. Penso che stiamo spaventando le persone, e questo è irresponsabile».
Il caso Dorsey e il nodo dei costi
Un episodio emblematico di questo schema si è verificato all’inizio dell’anno, quando Jack Dorsey, fondatore di Twitter e CEO di Block Inc, ha annunciato il taglio di «quasi la metà» della forza lavoro aziendale, citando l’emergere di «strumenti di intelligenza» che starebbero «accelerando» i cambiamenti. Gli ex dipendenti hanno però rapidamente smontato la versione ufficiale, sostenendo che i licenziamenti fossero in realtà il risultato di assunzioni eccessive, in particolare durante la pandemia da Covid-19.
Quello che è molto più probabile, al di là della narrativa sull’AI, è che le aziende stiano prosciugando le proprie risorse a causa di investimenti massicci nell’intelligenza artificiale: i costi per accedere alle risorse di cloud computing continuano a salire, costringendo molte imprese a rallentare le assunzioni.
Per Huang, tuttavia, il problema di fondo è la mancanza di ambizione. E resta ottimista sulla capacità dell’AI di creare posti di lavoro anziché eliminarli. «È più probabile che le aziende ambiziose diventino più produttive, facciano le cose più velocemente e aumentino la loro velocità operativa», ha spiegato. «Di conseguenza diventeranno più grandi e più redditizie, e quando questo accade finiscono per assumere più persone. Useranno più AI, certo, ma assumeranno anche più persone.»
Si tratta di un cambio di tono significativo: solo l’anno scorso, in un’intervista a CNN, Huang aveva avvertito che «se il mondo esaurisce le idee, i guadagni di produttività si traducono in perdita di posti di lavoro» e che «il lavoro di tutti sarà influenzato» mentre «alcuni posti andranno persi».
Huang non è l’unico a prendere le distanze dalla retorica dei licenziamenti da AI. La settimana scorsa anche Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind, ha accusato i dirigenti di altre aziende di «mancanza di immaginazione» nel dare la colpa all’AI per i tagli occupazionali.
In sintesi, si tratta di una brusca verifica con la realtà, che va a cozzare con le narrative che molti dirigenti continuano a propinare nel tentativo disperato di convincere gli investitori che livelli di spesa senza precedenti siano giustificati. Come ha scritto la pubblicazione di marketing State of Brand: «Non è un disaccordo minore sul messaggio. È come se le persone che vendono i picconi dicessero ai minatori di smettere di incolpare i picconi per il crollo della miniera».





