Esteri

Ucraina: due anni dopo, incubo Navalny, la Russia fa sempre più paura

22
Febbraio 2024
Di Giampiero Gramaglia

Una riunione virtuale straordinaria dei leader del G7, sabato pomeriggio, aprirà i consulti al vertice nell’anno di presidenza di turno italiana del Gruppo dei Grandi e segnerà il secondo anniversario dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, presente l’immarcescibile presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

L’Occidente ribadisce la vicinanza a Kiev, ma lo fa – sostanzialmente – a mani vuote. E sul terreno la guerra va male: gli ucraini, a corto di munizioni, perché gli aiuti militari si sono rarefatti, devono ritirarsi da Avdiivka, città sulla linea del fronte, da mesi contesa, e perdono pure una testa di ponte alla sinistra del Dniepr; i russi segnano i loro primi successi militari importanti da un anno in qua.

Con un resoconto giudicato “straordinariamente sincero” dai media occidentali, i militari ucraini descrivono una ritirata caotica e pericolosa. Mosca continua a bombardare la notte installazioni e infrastrutture militari ed energetiche e intensifica la disinformazione contro Zelensky, per dividere l’opinione pubblica ucraina: i social network veicolano articoli e commenti che fomentano ed amplificano le divisioni nella leadership a Kiev, specie fra politici e generali.

Il passaggio del conflitto a una fase più dinamica, dopo uno stallo, coincide con una nuova ondata di sdegno internazionale per la morte in carcere, venerdì 16 febbraio, del maggiore oppositore del presidente russo Vladimir Putin, Alexiei Navalny, con migliaia di russi che sfidano la polizia per onorarne la memoria – centinaia gli arresti -.

Il presidente Usa Joe Biden e tutti i leader Nato e Ue unanimi attribuiscono a Putin la responsabilità del decesso, avvenuto in una remota colonia penale siberiana, indipendentemente da quali ne siano cause e circostanze, ancora da chiarire.

L’anniversario dell’invasione e la morte di Navalny riportano la guerra in Ucraina in primo piano nell’attenzione diplomatica e mediatica, rispetto alla guerra in Medio Oriente tra Israele e Hamas, che dal 7 ottobre aveva invece preso il sopravvento. All’Onu, gli Usa bloccano per la terza volta una proposta di risoluzione per il cessate-il-fuoco nella Striscia di Gaza.

Nato e Ue invitano, d’intesa con l’Amministrazione Biden, il Congresso di Washington a sbloccare gli aiuti all’Ucraina incagliati nelle schermaglie elettorali tra democratici e repubblicani: gli arsenali di Kiev semi-vuoti non permettono di reggere la pressione dei russi. Biden dice che i repubblicani stanno “facendo un grosso errore” privando l’Ucraina dei mezzi per resistere all’aggressione, dopo che l’Ue ha stanziato oltre 50 miliardi di euro e alcuni Paesi europei fanno grossi sforzi nazionali – la Svezia, da sola, dà 700 milioni di euro -.

Visto il vacillante supporto occidentale, Putin è ormai convinto di potere conseguire i suoi obiettivi in Ucraina: le forze russe hanno ripreso ad esercitare una forte pressione sul fronte. Ma il protrarsi del conflitto ha risvolti negativi sull’economia e sulle risorse militari russe e innesca tensioni sociali per le perdite subite e le chiamate alle armi.

Il leader russo ha ripetutamente manifestato la disponibilità a negoziare e a cessare i combattimenti, ma ha avvertito che la Russia vuole conservare i territori conquistati (e annessi coi referendum farsa del settembre 2022). E incalza i Paesi della Nato a indurre l’Ucraina, Paese “satellite” – parole sue – a trattare, ché “prima o poi troveremo un accordo”. Charles A. Kupchan, del prestigioso think tank Council on Foreign Relations (Cfr), ammette che in Ucraina, l’anno scorso, “le cose sono andate peggio del previsto”: adesso, l’inerzia del conflitto è a favore della Russia.

L’effetto Navalny non s’è ancora stemperato, con il cadavere da restituire alla famiglia e le cause della morte non chiarite, che un altro caso acuisce la paura di quel che il Cremlino fa a oppositori e traditori. In Spagna, un disertore russo, l’elicotterista Maksym Kuzminov, la cui defezione era stata ampiamente sfruttata dalla propaganda ucraina, viene assassinato in quella che potrebbe essere un’azione dei servizi segreti russi, che vengono a colpire dentro l’Ue.

Usa e Ue preparano nuovi pacchetti di sanzioni contro la Russia, la cui efficacia resta da verificare. E l’Amministrazione Biden informa Congresso e alleati che la Russia può collocare nello spazio armi nucleari: per le informazioni d’intelligence in merito, giudicate “allarmanti”, i nuovi ordigni non sarebbero ancora stati posizionati. Si parla di armi anti-satellite, che non potrebbero però colpire dallo spazio la Terra; il segretario di Stato Antony Blinken ne avrebbe parlato con Cina e Russia perché convincano la Russia a desistere dal progetto.

Ucraina: due anni dopo, l’Europa esposta ai rischi e impotente verso un’Unione della Difesa
A Est, l’invasione dell’Ucraina e la repressione del dissenso culminata nell’eliminazione del leader dell’opposizione. A Sud, l’ascesso cruento del terrorismo di Hamas e gli eccessi brutali della guerra a Gaza. A Ovest, il rischio che gli Stati Uniti rinneghino la solidarietà atlantica, se Donald Trump sarà di nuovo presidente. L’Europa si ritrova fragile e impotente, tra le minacce che l’assediano. Kupchan prova a rassicurarla: “E’ tornata centrale per gli Stati Uniti” dell’Amministrazione Biden. Ma, con Trump, tutto potrebbe cambiare.

Che sia stata naturale o criminale, la morte di Alexiei Navalny è stata indubitabilmente provocata dal presidente russo Vladimir Putin, che ha voluto, per il suo oppositore, un trattamento durissimo, ai limiti – e oltre – della sopportazione umana. Mentre la vedova del dissidente Yulia Navalnaya s’impegna a proseguirne la lotta, l’Occidente s’interroga sulla risposta da dare, al di là della retorica della condanna.

Il presidente Usa Joe Biden dice che “ci saranno conseguenze” – la Russia potrebbe finire sulla lista dei Paesi sponsor del terrorismo, accanto a Cuba, Siria, Iran, Corea del Nord -; Usa e Ue decidono un giro di vite alle sanzioni anti-russe. Ma Putin in Russia non vacilla, anche se gli analisti del Cfr invitano a prepararsi alla possibilità di un cambio di leadership a Mosca, accelerato dalle privazioni imposte al popolo russo da due anni di sofferenze e perdite conseguenti all’invasione dell’Ucraina

Le ricercatrici Liana Fix e Maria Snegoyava avvertivano, però, che “data l’onnipresenza dello Stato, la debolezza della società civile russa e i precedenti storici, il successore di Putin emergerà all’interno dell’attuale sistema… Il campo di leadership sarà probabilmente un processo dal basso all’alto, deciso da lotte di potere al vertice, piuttosto che un processo dal basso in alto”. Putin, insomma, non deve temere le elezioni o le proteste di piazza, bensì una congiura di pretoriani.

Ma la sicurezza dell’Europa non può dipendere da un Tigellino moscovita o dalle bizze di Trump, che progetta di “incoraggiare” Putin “a fare quel che vuole” dei Paesi europei morosi con la Nato. Candidandosi a un secondo mandato alla presidenza della Commissione europea, Ursula von der Leyen, fra gli artefici della fermezza con cui, incrinature a parte, l’Unione europea ha risposto all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, dice che l’Ue deve mantenere la sua democrazia “salva e sicura”.

Le venature ‘putiniane’ che, in Europa, si intravvedono nella riluttanza dell’Ungheria ad aiutare l’Ucraina e, in Italia, nelle reticenze della Lega a indicare le responsabilità nella morte di Navalny sono segnali che la democrazia europea non è oggi “salva e sicura”, anche se la cacofonia a Roma s’attenua il tempo di una manifestazione in Campidoglio.

Tanto più che le minacce non vengono solo da Est, ma anche da Ovest. Le sortite anti-Nato di Trump e la morte in carcere di Navalny possono dare un impulso all’Europa della Difesa, perché evocano lo spettro di un disimpegno degli Stati Uniti verso gli alleati europei e rinnovano la minaccia per la libertà rappresentata dal regime di Putin. Ma Politico, nella sua versione europea, lascia poco spazio all’ottimismo: “Trump è già tornato e l’America ha già abbandonato l’Europa”, scrive con un giudizio un po’ brutale, dando per scontato che il magnate vinca le presidenziali e, poi, metta in pratica i suoi propositi.

L’auspicio, intuitivo e immediato, di un colpo di reni europeo di fronte agli eventi internazionali trova riscontro nelle reazioni e nelle dichiarazioni a caldo dei leader europei alle frasi di Trump e alla scomparsa di Navalny. A Monaco, dove si tiene il Forum della Sicurezza, von der Leyen dice che, se sarà confermata presidente della Commissione europea – il mandato scade a novembre -, creerà un commissario alla Difesa: un gesto significativo, ma allo stato simbolico.

Sarebbe, infatti, illusorio pensare che basti nominare un commissario alla Difesa per fare un’Unione della Difesa: dal 2009, c’è un capo della diplomazia europea (ora, Josep Borrell), ma non per questo c’è una politica estera europea. Per arrivarci, alla politica estera come a quella della difesa, bisogna conferire all’Unione poteri adeguati e abolire, su questi temi, il vincolo dell’unanimità: sarebbe forse meglio partire non a 27, ma da un nucleo ristretto, coeso e determinato, come s’è fatto con l’euro.

La sortita di UvdL, inattesa, ha lasciato un po’ interdetto Jens Stoltenberg, il segretario generale dell’Alleanza atlantica, che accoglie “con favore sforzi per la difesa complementari alla Nato”, fermo restando che l’Alleanza “resta la pietra angolare per la sicurezza europea”. Stoltenberg fa notare che otto decimi delle risorse Nato vengono da Paesi non Ue e che due di essi (Stati Uniti e Regno Unito) sono “potenze nucleari”: non serve “sovrapposizione” e tanto meno “competizione” fra le due sponde dell’Atlantico, avverte.

Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, che a Monaco ha presieduto un consulto informale G7, parla, invece, di “una proposta che mi vede assolutamente favorevole: senza difesa comune europea, non possiamo essere protagonisti in maniera paritaria nella Nato e non possiamo avere un’azione efficace di politica estera”.

A Monaco, i responsabili statunitensi, la vice-presidente Kamala Harris il segretario di Stato Antony Blinken, hanno sciorinato tutta la retorica dell’ortodossia atlantica, per cercare di rassicurare gli alleati europei su un punto: nonostante quel che dice Trump, Washington rimane impegnata nella difesa del mondo democratico. Ma il voto del 5 novembre può cambiare quadro e referenti.

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz rileva che “qualsiasi relativizzazione della garanzia di assistenza da parte della Nato va solo a vantaggio di chi, come Putin, vuole indebolirci”. E Zelensky auspica che la risposta a Putin resti “comune”: l’alternativa è “una catastrofe” per l’Ucraina e per l’Europa. Al ministro degli Esteri cinese Wang Yi, Borrell chiede che Pechino “non sostenga la Russia”; generica ed evasiva la risposta, “resteremo una forza di stabilità”.