Esteri
Iran: Trump tentenna sull’intesa, i giudici lo prendono a schiaffi
Di Giampiero Gramaglia
Gli insoliti tentennamenti del presidente Usa Donald Trump sull’accordo con l’Iran, che metterebbe in pausa per 60 giorni la guerra, riaprendo però subito alla navigazione lo Stretto di Hormuz e levando il blocco navale ai porti iraniani, colgono di sorpresa i principali media degli Stati Uniti, dove le vicende belliche scivolano in secondo piano anche perché i giudici federali hanno ieri dato qualche metaforica sberla giudiziaria al magnate presidente. Sono verdetti di primo grado, soggetti ad appello ed eventualmente a ricorso alla Corte Suprema.
La Cnn sintetizza così gli sviluppi d’una giornata senza sussulti militari e negoziali: “Trump chiude una riunione sull’Iran da lui convocata nella Situation Room della Casa Bianca senza annunciare una decisione… Il presidente sta soppesando i termini dell’intesa che riaprirebbe alla navigazione lo Stretto di Hormuz e aprirebbe una fase di trattative sui programmi nucleari iraniani”. L’intesa, cioè, riporterebbe la situazione dov’era al 28 febbraio, cioè prima dell’aggressione israelo-americana all’Iran, e certificherebbe la totale inutilità di questo conflitto, in cui, tra Iran e Libano, Usa e Israele hanno fatto migliaia di vittime.
Trump vuole che l’accordo rispetti le sue ‘linee rosse’, che, al momento, sembrano ridursi al fatto che l’Iran non si doti dell’arma nucleare. Sui media arabi, si legge cge il magnate presidente sta passando dalla ‘Epic Fury’ – il nome in codice della guerra – a una ‘fake victory’, e cioè al tentativo di camuffare da vittoria una sconfitta.
A Washington, non ha invece creato onde d’urto l’episodio del drone russo che ha colpito un edificio in Romania, a Galati – ci sono stati due feriti -. Dura la condanna espressa da Nato e Ue, dopo che la Romania ha denunciato come “inaccettabile” la violazione del suo spazio aereo, che costituisce “una grave e irresponsabile escalation”, e ha chiuso il consolato russo a Costanza. Dal canto suo, Mosca ha chiesto l’apertura di un’inchiesta sull’episodio, ipotizzando che il drone non fosse russo, ma ucraino.
New York Times, Washington Post, Wall Street Journal, Politico e molti altri dividono i loro titoli di testata su due vicende del braccio di ferro ininterrotto fra magistratura e Amministrazione Trump. Una è la contestatissima decisione del Dipartimento della Giustizia, su istanza di Trump, di creare un fondo da 1,8 miliardi di dollari versati dai cittadini all’Agenzia delle Entrate, cioè al fisco Usa, per indennizzare suoi amici che sarebbero stati vittime di un uso della giustizia come arma da parte dell’Amministrazione Biden. In cambio della creazione del fondo, la famiglia Trump ha ritirato una pretestuosa causa da 10 miliardi di dollari intentata all’Agenzia perché aveva trasmesso al Congresso informazioni fiscali che la riguardavano.
La creazione del fondo è stata oggetto di due diverse sentenze di giudici federali: una ha bloccato, temporaneamente, l’uso dei fondi; e una ha messo sotto inchiesta la legittimità del provvedimento, ipotizzando un reato di frode.
Un altro giudice ha invece disposto che il Kennedy Center di Washington, la maggiore istituzione per l’arte e la cultura della capitale federale, torni a chiamarsi Kennedy Center e non Trump and Kennedy Center, come aveva deciso nei mesi scorsi il consiglio d’amministrazione dell’ente, dopo che il presidente lo aveva riempito di suoi amici ed alleati e di mogli di suoi amici ed alleati.
Un giudice ha sancito che il nome del Centro era stato deciso dal Congresso e che solo il Congresso può cambiarlo. E ha anche disposto che il centro non venga chiuso, come previsto, in vista di lavori di rinnovamento non autorizzati dal Congresso. Questa decisione, secondo il NYT, ha fatto montare su tutte le furie Trump, che è ossessionato dal vedere il proprio nome ovunque.





