Esteri
Iran, Hormuz riapre, anzi no; verso la pace, ma forse si bombarda
Di Giampiero Gramaglia
Incertezza e confusione su uno sfondo di moderato ottimismo, che, in borsa, diventa euforia: queste sono le percezioni dominanti, dopo una giornata di annunci altalenanti su guerra all’Iran e Stretto di Gormuz e sulle prospettive di un accordo tra Washington e Teheran che prolunghi la tregua e avvicini, finalmente, la pace. Il venerdì è stato tutto un susseguirsi di dichiarazioni fra di loro spesso contraddittorie: l’Iran, dopo la tregua fra Israele e Libano, che era il tassello che mancava al cessate-il-fuoco del 6 aprile, faceva sapere di essere pronto a riaprire alla navigazione lo Stretto di Hormuz, senza limitazioni di sorta né pedaggi; il presidente Usa Donald Trump confermava, ringraziava, cantava vittoria, ma annunciava, in modo sconcertante, che il blocco dello Stretto da parte della U.S. Navy restava; Teheran, allora, prospettava marcia indietro; e Trump minacciava che, allo scadere dell’ultimatum, che ora lui indica a mercoledì, mentre era tra lunedì e martedì, riprendano i bombardamenti.
Siamo a questo punto. La sensazione è che le parti si parlino e che una proroga della tregua sia nell’aria, ma in che termini e a quali condizioni non è chiaro. Anche tra Israele e Libano, la tregua, che il governo israeliano sembra subire come una costrizione e nel cui negoziato la milizia sciita filo.-iraniana Hezbollah non è stata coinvolta, è fragile e conosce violazioni. Un milione circa di sfollati libanesi sta facendo o s’appresta a fare ritorno alle proprie case nel Sud del Paese, dove rischia di trovare solo macerie, ma il contro-esodo è frenato dall’insicurezza e dall’instabilità. Dalle prime pagine e sulle home pages dei principali media Usa, è pressoché totalmente assente l’importante riunione di ieri a Parigi dei leader europei e di decine di leader di tutto il Mondo, impegnati a contribuire allo sminamento e al mantenimento della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, una volta cessate le ostilità e tolti i blocchi e le minacce alle petroliere e ai cargo che attraversano quel tratto di mare.
Un’altra riunione più operativa, per ripartirsi i compiti, è prevista a Londra nei prossimi giorni, mentre giovedì e venerdì, a Bruxelles, ci sarà un vertice dei 27, il primo, fra l’altro, dopo le elezioni in Ungheria di domenica scorsa e la sconfitta del premier uscente Viktor Orban. Nelle dichiarazioni a fine riunione, il presidente francese Emmanuel Macron, il premier britannico Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friederich Merz e la premier italiana Giorgia Meloni sono stati concordi nell’offrire, nell’ambito delle loro capacità e dei loro poteri, contributi alla normalizzazione dei traffici mercantili ed energetici, senza mai citare Trump, che ha, invece, metaforicamente ‘fatto spallucce’, nonostante gli Stati Uniti non dispongano delle unità dragamine necessarie a bonificare dalle mine lo Stretto di Hormuz – ne ha di più l’Italia degli Usa -.
Sui media Usa, ottimismo e scetticismo – o, almeno, prudenxza – si intrecciano, Il New York Times apre con una nota di speranza: “Le attese di un accordo di pace aumentano, dopo che l’Iran annuncia la riapertura dello Stretto di Hormuz”. Il giornale ricostruisce così una giornata frenetica: “Il ministero degli Esteri iraniano dice che lo Stretto ‘è completamente aperto’ a tutte le navi commerciali, ma il presidente Trump dichiara che il blocco Usa dei porti iraniani resta attivo. Allora, i negoziatori iraniani diconp che lo Stretto rimarrà chiuso, se gli Usa mantengono il blocco. Ma ulteriori commenti del presidente Trump fanno sperare che i negoziati con l’Iran vadano abbastanza avanti per trasformare il cessate-il-fuoco in un accordo di pace di lunga durata”. Nel contempo, Trump estende l’esenzione dalle sanzioni per petrolio e gas russi: il ‘caro energia’ persiste, nonostante il calo dei prezzi di ieri. L borse continuano la loro “stupefacente crescita” – definizioine del NYT -, man mano che le tensioni in Medio Oriente sembrano attenuarsi: lo S&P, uno degli indici più significativi di Wall Street, ha raggiunto nuovi record, sospinto dall’ottimismo degli investitori sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e da forti guadagni societari trimestrali. Perché a perderci in una crisi sono sempre i poveri diavoli e mai finanzieri e speculatori.
Il Washington Post titola: “L’Iran mette in discussione gli annunci di accordi con Trump. Teheran pone limiti alla riapertura dello Stretto di Hormuz…“. Il giornale ha in prima una foto aerea dell’isola di Kharg, il principale terminale petrolifero iraniano, che mostra petroliere iraniane cariche e attraccate pronte a prendere il largo se e quando il blocco sarà levato. Secondo il Wall Street Journal, “Gli sforzi di Trump di costringere l’Iran all’accordo diffondono ottimismo e confusione”: il presidente, fra l’altro, dà per scontata la consegna da parte dell’Iran dell’uranio arricchito, ma su questo punto non c’è nessuna conferma da parte iraniana. E il giornale si chiede chi, stto il peso delle preoccupazioni economiche, vacillerà per primo, tra Washington e Teheran, nel ‘braccio di ferro’ degli annunci ora bellicosi e ora concilianti.
Negli Stati Uniti, i nervi sono scoperti soprattutto nel campo repubblicano, dove senatori e deputati temono che il ‘mix’ di guerra che prosegue, costo della benzina sopra i quattro dollari al gallone e sequela di vittorie democratiche nelle elezioni suppletive e locali succedutesi negli ultimi mesi prefiguri una disfatta al voto di midterm in novembre. Quanto ai militari, avvertono, sul New York Times, che i siti nucleari iraniani si sono rivelati fin qui “fuori della portata” delle bombe e dei missili statunitensi: la speranza che l’Iran non si dori mai dell’atomica non può quindi riposare su quegli ordigni, ma piuttosto su un accordo.





