Esteri

Il prossimo governo spagnolo si deciderà in Catalogna. Con Luca Bellizzi, delegato del Governo della Catalogna in Italia

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Luglio 2023
Di Marco Cossu

Le elezioni spagnole non hanno un vincitore. Con 136 seggi conquistati il Partido Popular è il primo partito spagnolo ma nemmeno il supporto di Vox (33 seggi) consentirà a Feijóo di raggiungere quota 176, soglia magica per controllare la maggioranza del Congreso e formare il governo. Necessario sarà un accordo con i partiti autonomisti, forze storicamente vicine ai popolari come Coalition Canarie e Unión del Pueblo Navarro potrebbero dare il loro sostegno ma sarebbero ancora necessari i voti del partito nazionalista basco che si è dichiarato indisponibile a partecipare ad una coalizione con Vox. Il Partito Socialista ottiene 122 seggi, per centrare il secondo mandato Sánchez ha bisogno del supporto di Sumar, formazione erede di Podemos e dei voti dei partiti regionali. Ago della bilancia gli indipendentisti catalani: Esquerra Republicana de Catalunya e Junts per Catalunya. Entrambi contano 7 seggi. Per averli dalla propria parte il leader socialista dovrà avviare una trattativa complessa, fare concessioni, scontentando i centralisti. Diversi i punti, tutti fondamentali per il futuro della Spagna. I catalani cercheranno di portare a casa quanto più possibile, da un nuovo Referendum, all’amnistia, passando per un nuovo sistema fiscale. Parola chiave della politica iberica è infatti “negoziare”, leitmotiv che dura secoli. Da una parte lo stato centrale dall’altra le comunità autonome, alcune guidate da partiti che guardano a sinistra altre che guardano a destra, da una parte la preservazione dello status quo in nome del mantenimento dell’unità nazionale, dall’altra guadagnare maggiore autonomia in nome del principio di autodeterminazione. Abbiamo incontrato Luca Bellizzi, Delegato del Governo della Catalogna in Italia, per capire come Barcellona vede il resto della Spagna e immagina il proprio futuro.

Difficile dire chi ha vinto. Più semplice dire chi ha perso? 
«In termini relativi avrebbe vinto il Partito Popolare (PP). È il partito più votato ma non riesce a raggiungere il numero di seggi che gli consentono di raggiungere la maggioranza in Parlamento, nemmeno con il sostegno di Vox. Lo sconfitto è quindi il segretario del PP, Feijóo. La maggior parte dei sondaggi dava per possibile un governo retto da Partito Popolare e Vox, una coalizione che si è strutturata a seguito delle elezioni autonomiche in Spagna. Questa alleanza tuttavia non solo non ha raggiunto la maggioranza parlamentare, ma impedisce il PP di creare ulteriori alleanze con altre forze politiche, come ad esempio il Partito Nazionalista Basco, non disponibile ad entrare o dare sostegno ad una coalizione con Vox». 

Sánchez ha delle possibilità. I partiti regionali saranno decisivi nella formazione del governo, specialmente i catalani Junts per Catalunya e Esquerra Republicana de Catalunya. Quali richieste rientreranno nelle trattative? 
«Durante la campagna elettorale ERC aveva messo in evidenza tre richieste: riduzione deficit fiscale,  il passaggio della gestione di Rodalíes de Catalunya (i treni a corto raggio catalani) – con le risorse necessarie per il loro mantenimento – dal governo centrale al governo catalano e mantenere aperto il Tavolo del Dialogo per dare una risposta al diritto di autodeterminazione della Catalogna. Sul tema Junts per Catalunya ha una posizione più radicale: chiede il trasferimento dei poteri per convocare un referendum e l’amnistia nei confronti dei politici, sia per chi si trova in esilio in Belgio e in Svizzera, sia per le cariche intermedie sui quali sono aperti dei procedimenti penali». 

Gli indipendentisti si sono sentiti traditi da Sanchez per la mancata promessa di concedere l’amnistia a Puigdemont e ad altri esponenti politici? Quanto peserà questo sul tavolo delle trattative?
«Per Sánchez nella precedente legislatura è stato fondamentale il ruolo svolto da ERC che con la sua astensione ha permesso l’avvio della legislatura. Ha poi offerto sostegno per una serie di leggi, tra cui la Legge di Stabilità. Uno dei punti fondamentali della trattativa era il Tavolo del Dialogo tra i due governi da cui è nato prima l’indulto nei confronti dei leader politici che erano stati condannati e che si trovavano in carcere e poi la riforma del Codice Penale che ha portato alla cancellazione del reato di sedizione. Junts ha invece deciso di non partecipare al tavolo del dialogo ritenendolo fittizio». 

Sánchez potrebbe tornare presidente se…
«Entrambi i partiti indipendentisti hanno 7 seggi al Congresso, sono quindi necessari per la formazione del governo. La legge spagnola prevede che in prima votazione sia necessaria la maggioranza assoluta, dalla seconda è sufficiente quella relativa. L’astensione di Junts, sempre che ERC decida di passare dall’astensione al voto favorevole, consentirebbe la nascita di un nuovo governo Sánchez. Dipende da quanto sarà disposto quest’ultimo a concedere…»

Quanto peserebbero eventuali concessioni?
«Per quanto Sánchez possa essere un leader forte, non si sa quanto il resto del Partito Socialista, che ha un forte radicamento in altre regioni, sia disposto ad accettare altre concessioni alla Catalogna. Negli anni il Partito Popolare ha alimentato, per fini elettoralistici, un crescente sentimento anti catalano. Ogni concessione che viene fatta alla Catalogna toglie dei voti nel resto della Spagna. Bisognerà dunque capire quanto Sánchez vorrà e potrà concedere. Dai sondaggi effettuati negli ultimi 10 anni è emerso che circa l’80% dei catalani crede che il processo politico in atto in Catalogna debba risolversi con un voto. Questo potrebbe essere un primo punto di dialogo tra le parti». 

Tenuto conto dello stallo tra le due forze politiche indipendentiste, le visioni dei due partiti potrebbero confliggere tra loro in sede di formazione di un nuovo governo?
«Tanto Esquerra Repubblicana de Catalunya come Junts per Catalunya sono coscienti dell’opportunità che i risultati elettorali offrono. Malgrado le differenze tra i due partiti, aumentano le voci di quanti invitano a una posizione comune da difendere insieme davanti a Sánchez». 

La difficoltà nel trovare una sintesi tra partiti indipendentisti ha rafforzato il partito socialista catalano?
«La perdita di voti da parte delle forze politiche indipendentiste è la conseguenza di una campagna elettorale fortemente bipolare, che ha avvantaggiato soprattutto il Partito Socialista, e di una forte astensione dell’elettorato indipendentista critico con la mancanza di unità delle forze politiche.
Siamo passati da una situazione in cui c’è stata un’accelerazione importante del processo indipendentista (culminata nel 2017) seguita da una forte reazione dello stato spagnolo, a una fase di riflessione nella quale le forze indipendentiste devono incontrarsi e capire da dove ripartire. Ora nelle forze indipendentiste si vive un doppio sentimento, la delusione per aver perso percentuali e seggi, la consapevolezza di poter essere l’ago della bilancia, o come dicono in Catalogna, avere la padella per il manico». 

La Corte suprema chiede mandato d’arresto per Puigdemont. La richiesta è arrivata in un momento decisivo…
«La sentenza del Tribunale di Giustizia dell’Unione europea alcune settimane fa ha rigettato il ricorso fatto da Puigdemont, Comin e Ponsatí riguardo alla loro immunità come eurodeputati. Lunedì 24 luglio, il giorno successivo alle elezioni, il Pubblico Ministero ha fatto richiesta al Tribunale Supremo di riattivare il mandato di cattura internazionale nei confronti dei tre politici catalani. Il tempismo è curioso, indirizzato a complicare il dialogo tra le forze politiche catalane e il PSOE. Tuttavia giovedì 27 il giudice del Tribunale Supremo ha deciso di non riattivare il mandato di cattura fino a quando non sarà emessa la sentenza definitiva da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea a cui Puigdemont, Comin i Ponsatí hanno fatto ricorso».

Questo creerebbe dei problemi a Sánchez…
«Più di una volta il calendario giudiziario ha seguito il calendario politico creando difficoltà allo stesso governo Sánchez. Altro episodio, quello del Catalangate, lo spionaggio di oltre 40 leader indipendentisti con lo spyware Pegasus installato nei loro cellulari. Succedeva nel momento in cui il presidente Aragones negoziava con il presidente Sánchez su più punti».

In molti parlano dell’indipendentismo catalano come un indipendentismo “da ricchi”. Le ragioni delle frizioni con il governo spagnolo sono solo di natura economica o c’è dell’altro? 
«Il movimento catalanista è stato un movimento prima di tutto identitario-culturale basato sull’identità storica, sulla lingua, sull’identità nazionale. L’elemento economico c’è, non possiamo negarlo. La Catalogna è sempre stata solidale con le altre comunità autonome e la volontà dei catalani è quello di continuare ad esserlo. Quello che non vogliamo è che questa solidarietà vada a discapito della nostra capacità economica. Esiste un deficit di investimenti in strutture da parte dello stato spagnolo in quella che poi è una delle sue roccaforti economiche. La Catalogna rappresenta un 20-25% del Pil e un 28% delle esportazioni. Nonostante questo, lo stato spagnolo investe pochissimo. Come dicevo però non si tratta di un processo politico mosso da ragioni economiche. I leader politici catalani non sono stati quattro anni in carcere per avere più soldi e pagare meno tasse, ma per una questione democratica. Il popolo catalano voleva esprimersi e decidere liberamente il proprio futuro». 

Come si immagina la Catalogna all’interno della Spagna?
«È un dibattito aperto. Il 9 novembre 2014, quando c’era stato il processo partecipativo organizzato per il governo catalano le domande erano due: “vuole che Catalogna sia uno stato sì o no?”; “vuole che sia uno stato indipendente sì o no?”. Già si aprono due possibilità, anzi tre: uno, lo status quo, continuare ad essere una comunità autonoma del Regno di Spagna; due, essere uno stato confederale; tre diventare uno stato completamente indipendente. Da anni la stato spagnolo non ha dato risposta alle richieste catalane. Se c’è un progetto da parte del governo spagnolo sulla Catalogna o più di uno, lo metta sul tavolo». 

…all’interno dell’Europa?
«La Catalogna è sempre stato un paese europeista. Il presidente Pujol quando la Spagna entra nell’Unione Europea aveva detto “siamo finalmente ritornati a casa”. In effetti, ad eccezione di Vox, tutte le forze politiche presenti nel Parlamento catalano sono europeiste, a favore dell’Europa e dell’integrazione europea. La nostra aspirazione è di essere un paese europeo, crediamo nell’Europa, siamo solidali con il resto d’Europa, non ci vediamo fuori dall’Europa».

Quello per una maggiore autonomia è un processo che dura da tempo…
«Rivendicazioni catalane si sono susseguite nei secoli. Tutto il processo indipendentista viene accelerato negli ultimi anni. Esattamente nel 2006 con la proposta di riforma dello Statuto di Autonomia del presidente Maragall, sindaco di Barcellona per molti anni, un federalista europeo, non indipendentista, che ha dato il via ad un lungo processo di negoziazione politica. Il nuovo Statuto di Autonomia è stato approvato dopo un lungo e difficile iter parlamentare alle Cortes spagnole e approvato con referendum popolare in Catalogna. Malgrado questo risultato il Partito Popular ha fatto ricorso al Tribunale Costituzionale che ha annullato e modificato alcuni degli articoli più significativi del nuovo Statuto. Lì c’è stato il punto di rottura. Alcuni cittadini hanno visto frustata la via costituzionale. Da quel momento, era il 2010, nascono le prime grandi manifestazioni susseguitesi anno dopo anno con quasi due milioni di cittadini».

Quella catalana non è l’unica battaglia, altre comunidad desiderano una maggiore autonomia o indipendenza….
«Le richieste provenienti da diverse comunità autonome dimostrano come il modello territoriale adottato dalla Spagna con la fine del franchismo non abbia in realtà risposto alle aspirazioni dei territori che la compongono. Storicamente alcune comunità autonome della Spagna hanno rivendicato maggiori gradi di autonomia. Tuttavia ognuna di esse ha una propria storia, una propria identità culturale e una propria realtà sociale, politica ed economica. Per questa ragione non credo sia possibile mettere sullo stesso piano diversi progetti autonomisti con caratteristiche diverse tra loro». 

Come vedete gli altri indipendentismi occidentali?
«Abbiamo seguito con molta attenzione il referendum in Scozia. Lì il movimento indipendentista si riconosce in un unico partito, il partito nazionalista scozzese. In Catalogna l’arco politico dei partiti indipendentisti va dalle forze di estrema sinistra fino a partiti di centro e centrodestra. La Scozia ha potuto però negoziare con Londra la possibilità di un referendum, noi questo non lo abbiamo potuto fare, ancora. Abbiamo seguito con interesse anche la situazione in Québec. La sentenza della Corte Costituzionale del Canada può essere sicuramente una via. Tuttavia la Catalogna cerca un proprio modello legato alla proprietà realtà politica».

L’indipendenza è ancora una strada percorribile?
«Rimane viva. La volontà di una parte dei cittadini catalani è quella, come dimostra la composizione dell’attuale Parlamento della Catalogna. Ciò a cui aspiriamo è che si riconosca al popolo catalano il diritto di decidere il proprio futuro».