Il marchio è britannico, il design richiama la tradizione di Oxford e la sigla rimanda ancora a Morris Garages. Ma dietro le automobili MG vendute oggi in Europa non c’è più l’industria inglese: dal 2007 il brand appartiene a SAIC Motor, uno dei maggiori gruppi automobilistici cinesi, controllato dallo Stato. È il caso più evidente di un fenomeno molto più ampio. Decine di marchi nati in Europa continuano a presentarsi attraverso la propria storia nazionale, mentre proprietà, capitale o controllo industriale sono ormai passati stabilmente in mani cinesi. Non si tratta necessariamente di un inganno. Le aziende conservano spesso sedi, progettisti, stabilimenti e posti di lavoro in Europa. Il prodotto può continuare a essere disegnato, sviluppato o realizzato nel Paese d’origine. Tuttavia, la nazionalità percepita dal consumatore non coincide più sempre con quella della proprietà. Il tricolore, l’Union Jack o il richiamo al design scandinavo restano in primo piano. Il nome dell’azionista cinese, invece, compare generalmente nelle pagine societarie, nei bilanci o nelle informative finanziarie. Così il consumatore pensa europeo, ma sempre più spesso compra cinese.
Automobili e motociclette: l’Europa corre con capitali cinesi
È nell’automotive che la trasformazione risulta più visibile. Oltre a MG, controllata da SAIC, il portafoglio della cinese Geely comprende Volvo Cars, Lotus e LEVC, erede della London Taxi Company. La svedese Volvo rimane profondamente radicata a Göteborg, dove conserva sede, progettazione e una parte importante delle attività industriali. Il suo azionista di riferimento è però Geely Holding. Nel 2025 Volvo Cars ha generato ricavi per 357,3 miliardi di corone svedesi, equivalenti a circa 32 miliardi di euro, vendendo 710 mila automobili nel mondo, oltre 332 mila delle quali in Europa. Anche smart non è più soltanto un marchio tedesco della galassia Mercedes-Benz. Dal 2019 viene gestito attraverso una joint venture paritetica tra Mercedes e Geely. Il design resta affidato alla rete tedesca, mentre la ricerca, lo sviluppo tecnico e la produzione della nuova generazione di vetture sono concentrati prevalentemente in Cina. Il fenomeno si estende alle due ruote italiane. Benelli appartiene al gruppo cinese Qianjiang, mentre Moto Morini è stata acquisita nel 2018 da Zhongneng Vehicle Group. SWM è stata rilanciata dal gruppo Shineray e lo storico marchio Morbidelli è entrato nel 2024 nel perimetro di MBP Moto e Keeway Group. I centri stile, le sedi e la comunicazione continuano a insistere sull’origine italiana dei brand. Piattaforme, motori, catene di fornitura e capacità produttiva risultano però sempre più integrate con l’industria cinese. Pirelli rappresenta un caso più complesso. Sinochem rimane il principale azionista attraverso Marco Polo International Italy, con una quota pari a circa il 34,1%. Dal bilancio 2024, tuttavia, la società considera cessato il controllo cinese ai sensi dei principi contabili, anche in seguito alle prescrizioni adottate dal Governo italiano attraverso il golden power. Non è quindi corretto definire Pirelli semplicemente un’azienda cinese. Allo stesso tempo, non può essere ignorato il peso esercitato dal suo maggiore azionista.
Elettrodomestici ed elettronica: nomi familiari, gruppi asiatici
Chi acquista una lavatrice Candy può legittimamente pensare a un marchio italiano nato in Brianza. Dal 2019, però, Candy e le attività europee di Hoover appartengono ad Haier Smart Home. Il gruppo cinese ha conservato i marchi, le reti commerciali e una parte della presenza industriale europea, costruendo un portafoglio capace di rivolgersi ai consumatori attraverso identità differenti: cinese con Haier, italiana con Candy e angloamericana con Hoover. Uno schema simile riguarda Gorenje, storico produttore sloveno di elettrodomestici passato sotto il controllo di Hisense. Nel suo perimetro si trova anche Asko, marchio premium di origine svedese. Medion, azienda tedesca conosciuta per computer ed elettronica di consumo, appartiene invece a Lenovo. Ancora più sottile è il caso degli elettrodomestici Philips. L’attività non appartiene più alla multinazionale olandese, ma opera con il nome Versuni dopo essere stata acquisita dal fondo Hillhouse Capital, nato in Asia e fortemente radicato in Cina. Il marchio Philips continua a comparire sui prodotti attraverso un accordo di licenza. Il consumatore vede quindi un nome storico europeo su friggitrici, macchine da caffè, ferri da stiro e aspirapolvere, mentre la società che commercializza questi apparecchi ha una proprietà finanziaria differente.
Moda e lusso: l’heritage europeo diventa un asset finanziario
La moda è probabilmente il settore nel quale la continuità simbolica del marchio conta più della nazionalità dell’azionista. Storia, archivi, manifattura e provenienza geografica rappresentano una parte essenziale del valore commerciale. Lanvin, la più antica maison francese ancora in attività, è oggi il cuore di Lanvin Group, realtà controllata dall’ecosistema Fosun. Nello stesso portafoglio figurano l’austriaca Wolford e l’italiana Sergio Rossi. Nel 2025 il gruppo ha registrato ricavi per circa 240 milioni di euro: 76 milioni provenienti da Wolford, 58 milioni da Lanvin e quasi 30 milioni da Sergio Rossi. L’Italia offre altri esempi significativi. Krizia è stata acquisita dalla società cinese Shenzhen Marisfrolg, mentre Miss Sixty ed Energie sono entrate nel perimetro del gruppo cinese Trendy International. Sono marchi che continuano a utilizzare Milano, il design italiano e i propri archivi creativi come elementi centrali del posizionamento commerciale. La questione non è stabilire se questi prodotti siano ancora italiani o francesi in senso assoluto. Una scarpa Sergio Rossi può continuare a essere progettata e prodotta in Italia, mantenendo competenze, maestranze e filiere nazionali. Il valore economico finale, la strategia del gruppo e il controllo dell’investimento fanno però capo a una proprietà cinese. È proprio questa sovrapposizione tra origine produttiva, identità del marchio e nazionalità del capitale a rendere meno leggibile la scelta per il consumatore.
Turismo e alberghi: dalla Francia alla Cina senza cambiare insegna
Club Med continua a evocare la Francia delle vacanze organizzate e dei villaggi turistici, ma è controllato dal gruppo Fosun. La stessa società cinese ha acquistato anche i diritti sul marchio britannico Thomas Cook dopo il fallimento dello storico tour operator. Nel settore alberghiero, Radisson Hotel Group fa parte dal 2018 della cinese Jin Jiang International. La stessa galassia controlla Louvre Hotels Group, proprietaria o gestore di insegne come Campanile, Première Classe, Kyriad e Golden Tulip. Radisson indica oggi Jin Jiang come proprio azionista di maggioranza. Il conglomerato cinese è diventato nel frattempo uno dei principali gruppi alberghieri mondiali per numero di strutture e camere gestite. Per il turista, tuttavia, un Radisson continua ad apparire scandinavo, un Campanile francese e un Thomas Cook britannico. L’esperienza offerta può restare coerente con la storia del brand, ma il flusso economico risale ormai lungo una catena societaria che arriva in Cina.
Alimentare e agricoltura: l’olio italiano e la chimica svizzera
Nel largo consumo italiano uno dei casi più rilevanti è Salov, azienda toscana proprietaria dei marchi Filippo Berio e Sagra. Dal 2015 la società fa parte di Bright Food, gruppo cinese attivo su scala internazionale. Salov mantiene la sede e lo stabilimento a Massarosa, in Toscana, e nel 2023 ha venduto oltre 105 milioni di litri d’olio. Il consumatore acquista quindi un prodotto con una storia e una filiera fortemente italiane, inserito però all’interno di un gruppo cinese. Su scala molto più grande c’è Syngenta, multinazionale agrochimica con radici e sede in Svizzera, acquistata da ChemChina e oggi integrata nel gruppo statale Sinochem. Il suo peso non riguarda tanto un marchio visibile sugli scaffali dei supermercati, quanto sementi, prodotti fitosanitari e servizi utilizzati dagli agricoltori europei. È un esempio di come la presenza cinese non interessi soltanto il consumo finale, ma anche i passaggi strategici e meno visibili delle filiere produttive.
Industria, robotica e nautica: il controllo passa dietro le quinte
Nel business-to-business il passaggio di proprietà è meno noto al grande pubblico, ma può risultare economicamente ancora più rilevante. Il produttore tedesco di robot industriali KUKA appartiene a Midea. Putzmeister, simbolo tedesco delle pompe per calcestruzzo, è controllata da Sany. KraussMaffei, attiva nei macchinari per plastica e gomma, è passata a ChemChina. La società olandese di semiconduttori Nexperia è controllata dalla cinese Wingtech. Nella meccanica italiana, CIFA appartiene a Zoomlion. Nel lusso nautico, Ferretti Group è controllato dalla cinese Weichai e riunisce alcuni dei marchi più prestigiosi della nautica italiana: Riva, Pershing, CRN, Custom Line, Itama, Wally e Ferretti Yachts. In questo caso la proprietà cinese non ha cancellato la produzione italiana, che resta una componente essenziale del valore industriale e commerciale del gruppo. Ha però trasformato alcuni dei simboli più riconoscibili della nautica nazionale in asset di un conglomerato asiatico.
Un’economia da oltre 100 miliardi
Non esiste un dato ufficiale che sommi il fatturato di tutti i marchi europei passati sotto proprietà cinese. Le società considerate hanno perimetri diversi, molte non pubblicano i ricavi per singolo marchio e alcune generano una parte rilevante delle vendite al di fuori dell’Europa. Un calcolo prudenziale, costruito sui ricavi globali delle principali aziende europee controllate o partecipate in modo determinante da gruppi cinesi, porta però a un ordine di grandezza compreso tra 90 e 110 miliardi di euro l’anno. Volvo Cars e Syngenta rappresentano da sole più della metà del totale. Seguono Pirelli, MG e le altre attività europee di SAIC, Haier Europe, Gorenje-Hisense, KUKA, Nexperia, Club Med, Radisson, Ferretti e gli altri gruppi industriali e del lusso. La cifra non misura esclusivamente i ricavi prodotti sul mercato europeo e non rappresenta il denaro trasferito in Cina. Indica il giro d’affari globale generato da attività e marchi di origine europea entrati nell’orbita di azionisti cinesi.
Considerando unicamente le vendite realizzate in Europa, una stima ragionevole si colloca invece tra 40 e 55 miliardi di euro annui, con l’automotive come prima voce.
Per il Made in Italy, il perimetro più rigoroso — comprendente Ferretti, Candy, Salov, Sergio Rossi, Benelli, Moto Morini, SWM, Krizia, Miss Sixty, Energie, CIFA e gli altri marchi stabilmente controllati — vale indicativamente tra 4 e 5 miliardi di euro di ricavi annui. Includendo Pirelli, dove Sinochem resta il principale azionista ma non esercita più formalmente il controllo contabile, il valore sale a circa 11-12 miliardi di euro. Sono stime, non un censimento definitivo. Ma restituiscono la dimensione del fenomeno: la Cina non è più soltanto la fabbrica anonima che produce per i marchi occidentali. Sempre più spesso possiede il marchio stesso, ne finanzia il rilancio e ne utilizza l’identità europea per conquistare i consumatori. Sul prodotto resta scritto Oxford, Göteborg, Milano o Parigi. La proprietà, invece, parla mandarino.





