Economia

A Davos suona l’allarme per l’economia globale

26
Maggio 2022
Di Massimiliano Mellone

Non c’è molto da girarci intorno: le prospettive economiche da parte dei leader presenti al World Economic Forum di Davos non sono delle più rosee. Il rischio di una recessione mondiale si fa sempre più prepotente, in un contesto di alta inflazione nelle principali economie che mina la fiducia dei consumatori e spinge le banche centrali ad aumentare i tassi di interesse, con conseguenze negative per i listini azionari globali.

L’FMI il mese scorso ha tagliato le sue prospettive di crescita globale per il 2022 al 3,6% dal 4,4%, il secondo downgrade di quest’anno, e ha ripetuto il suo avvertimento che gli eventi da allora potrebbero richiedere ulteriori tagli alle previsioni. Questo, tuttavia, non è ciò che pesa di più nella mente di Kristalina Georgieva, la direttrice operativa del Fondo Monetario Internazionale.

Georgieva, durante una tavola rotonda e facendo riferimento a criticità come la crisi russo-ucraina e le conseguenze della pandemia, ha dichiarato che a preoccuparla maggiormente per le prospettive dell’economia mondiale sia il rischio di frammentazione economica e politica, che potrebbe pesare in particolare sui paesi emergenti. Per Georgieva c’è il rischio che entreremo in un mondo con più blocchi commerciali e blocchi valutari, separando quella che fino ad ora era ancora un’economia mondiale integrata. Ulteriori downgrade all’outlook globale non sono però fuori discussione. «Dal nostro ultimo downgrade sono intervenuti altri fattori, come l’apprezzamento del dollaro, i lockdown in Cina e l’inversione della politica monetaria in senso restrittivo», ha spiegato.

Intanto alla Bce, ha affermato la presidente Christine Lagarde in un’intervista a Bloomberg Tv a margine del World Economic Forum, «pensiamo che sia il momento di agire come indicato» sui tassi di interesse. «Siamo ad un punto di svolta, ci sono tutte le componenti necessarie, ci stiamo mettendo alle spalle i tassi negativi e ci stiamo muovendo probabilmente in territorio positivo alla fine del terzo trimestre. E poi, ovviamente, calibreremo. Valuteremo quanto vogliamo andare avanti».

Il tutto all’indomani di un articolo con cui la stessa Lagarde ha un pò scombussolato le aspettative dei mercati sul futuro dei tassi, con questa indicazione dello stop ai livelli negativi per la fine di settembre che implica due rialzi in sequenza sul costo del danaro alle riunioni di luglio e settembre del Consiglio direttivo. Ma se si ritiene necessario alzare i tassi, le è stato obiettato, allora perché attendere luglio? «Non siamo in modalità di panico, abbiamo pensato un percorso, con passi molto chiari davanti. E ora siamo in una fase in cui c’è un’attesa molto elevata che metteremo fine agli acquisti netti di titoli ai primissimi di luglio, spianando la strada a un rialzo dei tassi che arriverà ragionevolmente poco dopo», ha illustrato Lagarde che ha negato che la Bce sia in ritardo in questa manovra anti inflazionistica.

Dai verbali relativi all’incontro del 3-4 maggio del Fomc, il braccio di politica monetaria della Federal Reserve, diffusi mercoledì emerge che è “appropriato” un aumento dei tassi d’interesse di 50 punti base nelle prossime due riunioni. In quell’occasione, i banchieri hanno annunciato un aumento dei tassi d’interesse di 50 punti base allo 0,75%-1%, il primo rialzo di mezzo punto percentuale dal maggio 2000. Nella riunione precedente, a marzo, la Banca centrale statunitense aveva comunicato il primo rialzo dei tassi d’interesse, di 25 punti base, dal dicembre 2018. Secondo i componenti del Fomc, la guerra in Ucraina e i lockdown imposti in Cina per il Covid-19 potrebbero far aumentare le pressioni inflative. Una “politica restrittiva potrebbe essere appropriata a seconda dell’evoluzione dell’outlook economico e dei suoi rischi”, aggiunge la Fed aprendo alla possibilità di aumentare il target dei tassi a un livello più alto accelerando la velocità dei rialzi o allungando la durata del campagna di aumenti dei tassi di interesse.

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