C’è un momento, in Falstaff – L’arte di farla franca, in cui la risata si spezza appena. Non scompare, non arretra: si incrina. Ed è lì che lo spettacolo di Davide Sacco trova la sua verità più interessante, trasformando la commedia in qualcosa di più ambiguo, malinconico e sorprendentemente umano. Liberamente ispirato a Shakespeare e Molière, il lavoro riesce nell’impresa non semplice di fondere due archetipi giganteschi — Falstaff e Don Giovanni — senza mai apparire derivativo, ma costruendo invece una figura unica, contemporanea e disperatamente viva. La Compagnia Moliere sarà al Quirino di Roma fino al 17 maggio, ed è un appuntamento con la leggerezza e l’ironia da non perdere.
Al centro della scena c’è un Emilio Solfrizzi in stato di grazia. Il suo Falstaff è istrionico, debordante, irresistibile nel ritmo comico e nella precisione della parola. Solfrizzi domina il palco con una naturalezza rara: seduce il pubblico come il personaggio seduce il mondo, usando il linguaggio come scudo, arma e rifugio. La sua comicità non è mai semplice macchietta, ma si nutre di tempi comici efficaci, improvvise stonature emotive e di quella leggerezza intelligente che appartiene agli attori capaci di far ridere senza inseguire la battuta. Ogni eccesso del personaggio lascia intravedere una fragilità sotterranea, e Solfrizzi è bravissimo a non renderla mai esplicita, lasciandola affiorare solo nei silenzi e negli sguardi improvvisamente vuoti. Molto bella anche la prova di Giorgio Borghetti nel ruolo del Barbone/Commendatore, figura che attraversa lo spettacolo come una presenza sospesa tra realtà e coscienza.
Borghetti lavora per sottrazione, evitando ogni enfasi e costruendo un personaggio magnetico proprio nella misura e nella quiete. La sua voce, il controllo scenico e anche la sua semplice presenza in scena mentre gli altri attori conversano sembra il modo giusto con cui entra progressivamente nelle crepe della commedia regalando alcuni dei momenti più intensi dello spettacolo. È una presenza che incombe senza mai forzare il tono, quasi un’ombra che osserva Falstaff mentre il tempo gli presenta il conto. Attorno ai protagonisti si muove una compagnia compatta e ben calibrata: Matteo Mauriello, Ivan Olivieri, Cristiano Dessì, Claudia Ferri e Marika De Chiara contribuiscono a creare quell’umanità grottesca e continuamente in bilico tra farsesco e reale che costituisce l’anima dello spettacolo. In particolare le figure femminili mantengono quella lucidità tagliente già presente nelle Allegre comari di Windsor: non moralizzano, ma smontano Falstaff con l’arma più crudele possibile: il ridicolo. Uno degli aspetti più riusciti dello spettacolo è il lavoro scenografico firmato da Fabiana Di Marco.
La pedana circolare, continuamente esposta alla luce, diventa metafora perfetta di un uomo costretto a esibirsi senza sosta, incapace di sottrarsi allo sguardo degli altri e soprattutto al proprio. Lo spazio scenico è elegante, mobile, profondamente teatrale: un backstage mentale dove camerini, ribalte, strutture metalliche e scale convivono in una dimensione sospesa tra locale decadente, arena e tribunale dell’anima. Nulla è realistico, ma tutto racconta il personaggio. Le luci di Luigi Della Monica amplificano questo senso di esposizione permanente, trasformando Falstaff in un animale da palcoscenico incapace di smettere di recitare anche davanti alla propria rovina. Con la sua ombra onnipresente ai lati del palco, quasi intimidatoria dal punto di vista intimista.
Davide Sacco costruisce così una commedia nera, feroce e poetica insieme, dove la parola è continuamente sul punto di salvare o distruggere chi la pronuncia. Falstaff – L’arte di farla franca diverte molto, ma soprattutto lascia addosso quella strana sensazione che appartiene agli spettacoli migliori: quella di aver riso di qualcuno per poi accorgersi, lentamente, che quel qualcuno parlava anche di noi.





