Cultura

L’80esimo Festival di Venezia è attualità

10
Settembre 2023
Di Flavia Iannilli

“Vogliamo raggiungere l’Europa”, si apre così il trailer dell’attesissimo film di Garrone che ha ricevuto il leone d’argento per la miglior regia all’80esimo Festival di Venezia conclusosi ieri.

Un Festival in cui la politica tutta, se posta di fronte al grande schermo, farebbe fatica a non ritrovare i grandi temi che guidano l’attualità. Un’80esima edizione che tra i favoriti ha posto la crudeltà dei rapporti umani di un profondo “Poor Things” (“Povere creature” per i cinema italiani), l’Odissea degli immigrati che, se fortunati, scorgono le coste dell’Italia in “Io, Capitano” e la differenza generata da guerre vicine e lontane che etichetta migranti di serie A e di serie B in “The Green Border”. 

Le pellicole dedicate al grande schermo, spesso, rilasciano una sensazione che spazia dall’evasione al pianto, dall’incertezza alla risata; emozioni contrastanti a seconda di chi sia l’osservatore. Generatori di divergenze o armonie e di discussioni proficue i film che, per chi li fa, sono passione per l’esplorazione sia verso mondi altri, sia proiettati verso realtà interiori. 

Film e attualità

A promettere il rapimento dei cuori più puri c’è un “Dogman”, non più quello “Garroniano”, ma la pellicola girata da Luc Besson. “Dove c’è qualcuno infelice, Dio manda un cane” una storia che prende violenza e disabilità e trova salvezza non solo in un animale fedele per antonomasia, ma anche in un gruppo di drag queen che si fa famiglia. La diversità in tante sfumature diverse.  

Priscilla è la pellicola che porta alla luce la vita della moglie di Elvis Presley, promessa alla tenera età di 14 anni. Priscilla è una donna che Elvis ha creato per sé. Per quanto questa donna bambina viva in una gabbia dorata il film cede il passo tanto al paradigma Barbie quanto alla sindrome di Stoccolma. La donna, la storia e il suo spirito di adattamento.  

Le “Povere Creature” a quanto pare arrivano con una marcia in più al Festival, un film tanto osannato probabilmente per il cast d’eccellenza: Emma Stone, Willem Dafoe, Mark Ruffalo. Non delude l’attesa, vince il Leone d’oro e viene ricoperto d’alloro per quanto qualcuno abbia storto il naso per la semplicità dei rovesciamenti rappresentati. Una Frankenstein con l’esperienza di un neaonato approccia alla vita e fa i conti con l’entusiasmo, la smodatezza e le bizze proprie dell’età infatile fino ad incrociare sfide, mostruosità, piacere e indipendenza. Sempre la donna, alla scoperta di sè stessa che si scontra con la presa di coscienza del mondo che la circonda. 

Il Confine verde, “The Green Border”, porta al Festival un nodo dell’Unione Europea quello dei migranti più o meno importanti. Il trattamento riservato ai migranti siriani o afghani non è lo stesso con cui vengono accolti gli ucraini una volta iniziata la guerra. Il confine di Bielorussia e Polonia non rimane indifferente agli occhi dell’occidente, ma la cernita somiglia tanto a guerre di campionato contro conflitti di Champions League. L’immigrazione, quella fatta come sempre di vite umane, davanti a una comunità che volge lo sguardo da un’altra parte. 

13 minuti di applausi hanno seguito la messa in onda di “Io, Capitano”. Un Garrone che a modo proprio vince dopo aver passato due anni ad assemblare i documenti relativi alla rotta che i migranti compiono dal Senegal sperando di scorgere le coste italiane. Una storia che raccoglie testimonianze reali, sì comprese quelle che riguardano la prigionia libica. Un tema che corre il rischio di rimanere impantanato nella retorica, sapendo che il focus consuma l’attenzione mediatica tanto da sembrare trito. Garrone riesce in un impresa: quella di rappresentare una storia estremamente presente che avvicina. Un messaggio che si avverte già dal trailer, la delicatezza e la maturità dedicata alla pellicola riesce a sfiorare in maniera diversa il pubblico tutto. I migranti, quelli che l’Italia conosce molto bene, quelli che l’Europa guarda e niente di concreto muove. 

L’80esimo Festival di Venezia regala una ricerca di scenari fantastici, storici, sconosciuti o sognati; a volte anche fin troppo confidenti tanto da toccare l’inconscio. Lo stesso inconscio che suscita tanto lo sguardo critico quanto la comprensione sensibile di una riflessione impolverata in qualche cassetto della memoria. 

Una cosa è certa: guardare un film richiede attenzione, curiosità e capacità cognitive che nella loro semplicità stimolano la persona. Da questo nascono i commenti; ciò che è trito e ritrito lo si guarda con critica gastronomica, dando spazio al gusto, intrinsecamente parte del processo. 

Il latinissimo “De gustibus” guida l’inclinazione personale verso la pellicola e per quanto possa essere scomodo e geniale, come Montaldo scomparso durante il Festival, l’importante è che qualcosa la tocchi.