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Difesa europea, da San Macuto la rotta concreta: industria, strategia e volontà politica per superare la frammentazione del continente

07
Maggio 2026
Di Beatrice Telesio di Toritto

Alla Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto, la presentazione di “Quale difesa per l’Europa?”, il volume curato dal generale Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione ICSA ed ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, insieme al professor Gregory Alegi della Luiss, ha trasformato un tema spesso evocato in termini astratti in una discussione molto più concreta: non se l’Europa debba rafforzare la propria difesa, ma da dove possa realisticamente iniziare a farlo subito. In un quadro segnato dalla guerra in Ucraina, dall’instabilità mediorientale e dalle crescenti incertezze sul ruolo futuro degli Stati Uniti, il cuore della ricerca non è infatti l’ennesima formula sull’“esercito europeo”, ma l’individuazione di strumenti immediatamente cantierabili, tecnicamente praticabili e politicamente meno accidentati per costruire una capacità comune.

È questo il punto rivendicato anche dal presidente del COPASIR Lorenzo Guerini, che ha aperto il confronto sottolineando come il merito del lavoro stia proprio nell’aver abbandonato sia l’approccio simbolico sia quello puramente rinviato a un futuro indefinito, distinguendo invece tra ciò che oggi è bloccato dalla complessità politica e ciò che può essere attivato fin da subito sul piano operativo.

Tricarico ha insistito su questo doppio binario, spiegando come accanto al lungo e complesso percorso politico esista già una “partita tecnica” fatta di soluzioni reali, dalla formazione alla standardizzazione, che potrebbe iniziare a creare integrazione senza attendere la piena unificazione politica. L’esempio più immediato è quello dell’International Flight Training School in Sardegna, struttura che già oggi forma piloti di quindici Paesi, dagli Stati Uniti al Giappone, e che secondo questa visione potrebbe diventare il modello di una rete europea della formazione militare, presto rafforzata anche dal futuro centro di addestramento per F-35 di Trapani. Il punto non è solo addestrare, ma costruire interoperabilità, conoscenza reciproca e cultura strategica condivisa. Lo stesso approccio viene trasferito anche al dominio marittimo, dove Tricarico ha richiamato l’esempio di Eurocontrol per immaginare un’autorità europea capace di coordinare sicurezza, porti e risposta comune.

Se il libro prova a spostare il baricentro dal principio all’operatività, Gregory Alegi interviene invece su uno dei grandi equivoci del dibattito industriale: l’idea che basti concentrare tutto in pochi grandi soggetti per colmare il ritardo europeo. Al contrario, il rischio individuato è che il monopolio finisca per comprimere innovazione, resilienza e pluralità strategica. Per questo il modello indicato non è quello di una fusione indistinta, ma di una cooperazione competitiva, più vicina all’esperienza MBDA che non a una centralizzazione rigida.

Una posizione condivisa anche da Giuseppe Cossiga, presidente di AIAD e MBDA Italia, che ha ricordato come il vero equilibrio stia nel fare insieme ciò che è strategico, mantenendo però capacità, competenze e spazi nazionali sufficienti a rendere il sistema funzionale. Perché il settore difesa, per sua natura, non può essere letto con le stesse logiche di altri comparti industriali: qui il mercato non risponde semplicemente alla domanda, ma agli interessi vitali degli Stati.

Da questo deriva anche il nodo della sovranità tecnologica, richiamato dal generale Pietro Serino, secondo cui senza una disponibilità reale a condividere pezzi di sovranità industriale europea, l’integrazione rischia di restare parziale. Ma il libro insiste soprattutto su un altro punto spesso trascurato: prima ancora degli investimenti servono priorità comuni.

Alegi ha ricordato come i grandi annunci finanziari europei abbiano spesso mostrato il limite di una spesa priva di una vera definizione strategica condivisa. Da qui la necessità di uno “staff europeo” capace di definire requisiti comuni, evitando che siano le sole disponibilità industriali o nazionali a orientare la costruzione della sicurezza. Le priorità individuate sono nette: ricostituzione delle scorte, difesa missilistica integrata, spazio come dominio strategico e capacità di rete. Perché, come emerso con chiarezza, il vero salto non è possedere singole capacità avanzate, ma costruire sistemi connessi. Sullo sfondo, però, resta il nodo più grande: quello politico. Stefania Craxi lo ha sintetizzato chiaramente, ricordando che prima ancora di stabilire come difendersi, l’Europa deve chiarire cosa intenda difendere come interesse comune. Senza questo passaggio, la politica di difesa rischia di restare incompleta. Per questo il tema culturale diventa centrale: superare l’idea di una pace garantita senza forza, comprendere che investire in difesa significa anche ricerca, innovazione e capacità industriale, e soprattutto accettare che l’unanimità europea, in questo campo, rappresenti spesso più un freno che una garanzia. La cooperazione rafforzata, più pragmatica e selettiva, emerge così come una delle strade più realistiche. Resta infine una questione di fondo, forse la più delicata: l’etica. Tricarico ha insistito sul fatto che una difesa europea non possa nascere solo come sommatoria di capacità, ma debba fondarsi su una dottrina coerente con i valori che intende proteggere. Dall’uso dei droni ai sistemi autonomi, la superiorità tecnologica senza una cornice etica rischia di diventare un fattore di delegittimazione politica. In questo senso, anche per Alegi, il rispetto dei principi non è solo un dovere morale, ma una condizione di credibilità strategica. Alla fine, il messaggio più netto è arrivato proprio da Guerini: la difesa europea non è più una discussione teorica, ma una questione di volontà politica. Perché se gli equilibri globali stanno cambiando e il baricentro strategico americano guarda sempre più al Pacifico, per l’Europa il tempo della delega potrebbe essere molto più vicino alla fine di quanto il continente sia davvero pronto ad ammettere.