Cultura

L’attrazione della destra italiana per l’Europa dell’Est

06
Luglio 2023
Di Marco Cossu

Dove ha origine l’attrazione della destra italiana per l’Europa dell’Est? Per la generazione politicamente figlia della caduta del muro di Berlino, di cui Giorgia Meloni è al momento la più illustre rappresentante, ha le sue radici nei movimenti di opposizione ai regimi comunisti dei paesi membri dell’ex patto di Varsavia. Il pantheon della generazione Atreju è costellato da personalità protagoniste delle rivolte antisovietiche in paesi come Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia. Miti, entrati nell’immaginario collettivo della destra italiana sia per la loro dedizione alle cause nazionali sia per l’avversione a regimi comunisti che guidarono i paesi satellite dal dopoguerra sino degli anni ‘80. Personalità come il patriota ceco Jan Palach o gli studenti che parteciparono alla rivoluzione ungherese del 1956 – magistralmente raccontata da Indro Montanelli – sono diventati protagonisti di canzoni appartenenti a quella nicchia chiamata “musica identitaria”, raggiungendo, dove il libro non riusciva sempre ad arrivare, migliaia di militanti in movimenti appartenenti alla destra o all’estrema destra italiana. A questo si aggiungono i polacchi, i fratelli Walesa e Papa Giovanni Paolo II, per il quale la stessa premier prova un profondo senso di devozione.

E poi i dannati. A partire dagli anni ‘70, c’è stata negli ambienti culturali della destra la scoperta o riscoperta di numerosi autori originari dell’Europa dell’Est alternativi alla cultura marxista. I motivi i più disparati: opposizione al comunismo, legami con partiti o movimenti nazionalisti o vicini a regimi fascisti, o per il loro militarismo o al contrario per spirito libertario. La destra italiana, o una delle destre italiane (“Solo tre? E perché non trentatré o trecentotré?” si chiedeva Prezzolini) ha letto i romeni Codreanu, Ionescu, Eliade, Cioran, non per forza per farne degli esempi. Rappresentavano però qualcosa di dannato, spesso sbagliato, utile a fare il paio con una rivolta ideale e politica alla cultura di sinistra, al materialismo, all’ateismo. Queste letture sono state aggregate ad altre testimonianze dei grandi perseguitati o degli oppositori come quella dell’autore russo di Arcipelago Gulag Solženicyn, il lettone Ossendowski, Babel’, Brodskij, Bulgakov, Cvetaeva, Mandel’stam, Pasternak e ad altre letture legate alla cultura reazionaria, del pensiero della tradizione, della restaurazione, rappresentanti di una cultura profondamente anti-illuministica proveniente o ambientata dall’Europa dell’est.

Al retaggio culturale, si aggiungono naturalmente elementi più squisitamente legati alla dimensione politica, agli equilibrismi europei (e non solo), ai leader di oggi, appartenenti al gruppo di Visegrád, paesi a trazione conservatrice o liberal-conservatrice. Un’affinità che trova ragione – nonostante le frizioni – nelle politiche migratorie, nelle scelte etiche, nel radicamento alla causa nazionale, nel bilanciamento interno alla politica europea e in una visione di Unione che al centralismo brussellese preferisce la concertazione tra stati, retaggio dello slogan “Europa dei popoli”. Senza dimenticare l’affiliazione di partiti al governo o di partiti in ascesa al gruppo europeo dei Conservatori e dei Riformisti, compagine – vista l’eclissi dei popolari – che diventerà determinante negli equilibri del prossimo parlamento europeo. 
Nella famiglia dei conservatori europei Fratelli d’Italia, partito di governo, svolge un ruolo sempre più importante. Dopo la Brexit gli italiani sono i componenti più illustri tra i membri del G7 e sono riusciti a prendere in una certa misura le veci dei Tories (con i quali intrattengono rapporti più che vivi). Una grande opportunità per Giorgia Meloni, volto più spendibile e potenziale novella Thatcher. Questa è la partita. Qui la necessità di legare il più possibile con altri azionisti del gruppo che si trovano appunto nell’Europa dell’Est. Ad ECR sono affiliati Diritto e Giustizia, partito del presidente consiglio dei ministri polacco Mateusz Morawiecki (già due le visite all’attivo di Giorgia Meloni) e il Partito Democratito Civico del il premier ceco Petr Fiala. Sempre guardando a oriente, in ottica di rapporti, si aggiunge il legame personale dalla premier con il leader ungherese Victor Orbán, capo di un paese con cui l’Italia ha storicamente intrattenuto buone relazioni.

Una cintura di stati, per il loro sovranismo diffuso, idealmente vicini a Fratelli d’Italia, idealtipo della terra di confine che contrasta tolkenianamente ogni minaccia che potrebbe arrivare da Est. Motivi in più che aiutano a capire perché la destra italiana strizza l’occhio a ciò che si muove oltre Berlino (tradizionale azionista di maggioranza del PPE). Legami che hanno come utile quello di disturbare da oriente gli equilibri franco-tedeschi, una liason liberal-progressista dalla quale la destra italiana si sente esclusa e cerca di contrastare anche da occidente. Prima con la Spagna (vedi VOX), poi con gli Usa, intenzionati a rafforzare e ad allargare proprio nell’est Europa l’influenza della Nato, trovando terreno più che fertile nel filo atlantismo e nella russofobia. Un’ostilità nei confronti di Mosca che ha contagiato, grazie alla vicinanza ai conservatori dell’Europa dell’Est, anche la destra italiana. Estimatrice di Putin prima, ora amica fedele di Washington, a fianco della causa nazionale ucraina. Una rivoluzione concettuale importante, copernicana potremmo dire, visto che Copernico era polacco.

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