News

Usa: midterm, Trump l’ha finalmente capito, ha sbagliato lui; Vance l’aveva già capito

06
Novembre 2026
Di Giampiero Gramaglia

Il primo a capirlo è stato il vice-presidente JD Vance, che, appena l’esito del voto di midterm è stato chiaro – uno tsunami democratico, una disfatta repubblicana -, ha colto il doppio messaggio che gli veniva dalle urne: primo, la guerra d’aggressione all’Iran è stata un errore, con il suo mal calcolato corollario d’aumento dei costi dell’energia e, quindi, della vita; secondo, la vicinanza al presidente Donald Trump è ormai elettoralmente ‘tossica’ e, quindi, lui, se vuole salvaguardare le sue chances d’essere, fra due anni, il candidato repubblicano a Usa 2028 deve cominciare a prendere le distanze dal suo ‘boss’.

Detto fatto, Vance ha finalmente detto ad alta voce quello che fin qui aveva lasciato intendere o rimurginato dentro di sé: attaccare l’Iran, credendo agli scenari fantastici del premier israeliano Benjamin Netanyahu, è stato errore; tirare in lungo il conflitto, una volta capito che non sarebbe durato settimane, ma mesi e magari anni, è stato un errore peggiore.

Bisogna uscirne, anche se, avverte Axios, “dopo la disfatta”, a Trump sull’Iran “restano solo opzioni tutte sostanzialmente cattive”: riprendere a fare la guerra, come gli continua a chiedere Netanyahu, inacidendo ulteriormente l’opinione pubblica; trovare un’intesa con Teheran, che, cogliendo il momento di difficoltà del nemico, alza il tiro -“L’egemonia statunitense sta crollando”, è il commento dell’Iran al midterm-; togliere il blocco ai porti iraniani in cambio del pieno ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e battere in ritirata, ammettendo non solo l’errore ma anche la sconfitta.

Per rimettere insieme i cocci del vaso da lui rotto, Trump è macerato tra queste opzioni? Siete fuori strada, se lo pensate: per lui, quel che conta ora è finire i lavori della nuova sontuosa sala da ballo della Casa Bianca, un salone delle feste dove, se gli va male, i primi a ballare saranno i democratici nel 2028. A una visita guidata della sua creatura ha dedicato parte della giornata di ieri. Del resto, prima del midterm, aveva dedicato l’ultimo comizio alle tubature della Reflecting Pool, lo specchio d’acqua rettangolare che s’allunga tra il Lincoln Memorial e l’obelisco di Washington. L’immobiliarista presidente lascerà in eredita a un’America e a un Mondo impoveriti e spaventati lavoretti d’idraulica e ristrutturazioni domestiche.

Eppure, sembra averlo capito anche lui che la guerra all’Iran ed il conseguente aumento del costo della vita – specie della benzina – hanno irritato gli americani e innescato la valanga democratica che s’è abbattuta martedì sulla Casa Bianca e sul partito repubblicano. Dopo il commento di Vance, infatti, ha dato ragione al suo vice, invece di ‘scaricarlo’. Ma dopo averlo ammesso, ha subito aggiunto – ironizza il Washington Post – che avrebbe rifatto le stesse scelte; e, intanto, sta cercando un colpevole (o, meglio, un capro espiatorio su cui scaricare le proprie colpe).

Più fattualmente, e meno ironicamente, l’Ap scrive: “Trump riconosce che il conflitto in Iran ha avuto un impatto sull’esito delle elezioni, ma dice che era qualcosa che doveva fare. E nega di volere rimpiazzare il segretario alla Difesa, o alla Guerra, Pete Hegseth, nonostante l’insoddisfazione degli elettori per la guerra e per il suo andamento.

Se non lo fa lui, però, lo faranno i democratici, dopo che il nuovo Congresso uscito dal voto di midterm di martedì si sarà insediato, il 6 gennaio: Hegseth e il capo dell’Fbi Cash Patel sono i primi della lista di ‘trumpiani’ da mettere sotto inchiesta e, magari, sotto impeachment. Nella lista, non c’è il nome del presidente: mancano i numeri per cacciarlo

Ricordo solo i risultati, aggiornati alla mezzanotte di mercoledì (ora di Washington, le 06.00 del mattino di giovedì in Italia). Al Senato, i democratici hanno ora 54 seggi e i repubblicani 44, mentre restano da assegnare due Stati del ‘profondo rosso’ e che si ritrovano a un passo dal blu, l’Alaska e il Mississippi, che non elegge un senatore democratico dagli Anni Ottanta. I democratici hanno strappato sette seggi ai repubblicani, senza perderne nessuno: nelle due Caroline e in Maine, Ohio, Iowa, Kansas e Texas. Alla Camera, dove restano da assegnare una cinquantina di seggi, i democratici ne hanno 240 – 30 quelli espugnati – e i repubblicani 147 – 30 quelli persi -.

E’ stata una valanga di voti di donne, di giovani, di ispanici. Ed è una valanga di donne: oltre cento le deputate democratiche elette. Mentre i democratici fanno festa, i repubblicani “puntano il dito l’un contro l’altro” – New York Times – e “si scambiano reciproche accuse” – Washington Post –.

La Cnn fotografa la situazione: “I democratici costruiscono una solida maggioranza e continuano ad accumulare seggi man mano che lo scrutinio s’avvia alla conclusione… Invece, i repubblicani cercano d’individuare i colpevoli”. Il gioco dello scarica barile, tipico di chi ha perso e già si prepara a perdere di nuovo, è un ritornello che torna in varie analisi.

Al New York Times, che ci porta dentro “lo storico collasso” del partito conservatore, un esponente del partito repubblicano dice:  “Ho visto il nemico e siamo noi”, perché è stata la scelta “di un presidente impopolare” di fare “una guerra impopolare” a condurre il partito alla disfatta. Secondo il Washington Post, Trump “ha tracciato la via verso la disfatta”, ma sono stati gli strateghi del partito, preoccupati dai sondaggi, s suggerire di mettere il presidente al centro del confronto, trasformando le elezioni di midterm in un referendum e finendo con il peggiorare le cose.

Analoga l’analisi del Wall Street Journal, che racconta “come Trump ha perso il midterm”: “La guerra all’Iran e i prezzi della benzina hanno innescato uno dei ripudi più radicali d’un presidente americano da parte degli elettori”.