Innovazione

CERN per l’IA, Bonaldi: «All’Europa serve una terza via tra Stati Uniti e Cina»

16
Ottobre 2026
Di Alessandro Caruso

(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)

L’Europa ha costruito la prima architettura normativa organica sull’intelligenza artificiale, ma resta indietro su investimenti, capacità di calcolo e attrazione dei talenti. È il divario fotografato anche dal rapporto “CERN for AI”, a cura dell’International center for future generations, che indica nella concentrazione di risorse, infrastrutture e ricerca una possibile risposta alla frammentazione europea. Da qui parte la proposta sostenuta dal Pd di un grande centro pubblico continentale per l’IA. Una proposta a cui sta lavorando in prima fila anche Stefania Bonaldi, responsabile Innovazione, Professioni e P.A. del Partito Democratico.

Come nasce questa idea?
«Nasce da una domanda che l’Europa non può più rimandare: riusciamo a governare il cambiamento portato dall’IA? Oggi pochissime aziende, tra Stati Uniti e Cina, decidono come funzionano strumenti che entrano nella nostra vita, nel lavoro, nella scuola, nella sanità e nell’informazione. È una questione di potere, prima ancora che di tecnologia. Il Laboratorio per le politiche tecnologiche del Pd ha ascoltato ricercatori, imprese e sindacati e fissato un principio: l’IA è un bene comune e i beni comuni hanno bisogno di infrastrutture pubbliche. Quando Giorgio Parisi ci ha presentato il manifesto per un CERN dell’IA, ci siamo riconosciuti subito. Il CERN è nato prima dei Trattati di Roma: oggi serve la stessa ambizione».

Come dovrebbe funzionare concretamente?
«Come un grande centro europeo di ricerca pubblica: un polo capace di formare e attrarre talenti, con capitale umano e visione di lungo periodo come pilastri. La ricerca scientifica, con sicurezza ed etica al centro, deve poter contare su una capacità di calcolo crescente e dialogare in modo dinamico con startup e industria. Serve un centro pubblico, indipendente e dotato di risorse permanenti, capace di affiancare alla leadership normativa europea una vera sovranità tecnologica democratica».

Chi dovrebbe finanziarlo e governarlo?
«L’ipotesi avanzata da Giorgio Parisi ci convince, anche se va approfondita. Le risorse dovrebbero essere raccolte tra i Paesi partecipanti. Noi immaginiamo un perimetro vicino a quello dell’Unione europea, ma il modello potrebbe funzionare anche attraverso un accordo tra singoli Stati, coinvolgendo Paesi non Ue come Regno Unito e Svizzera».

Quanto dovrebbe investire l’Europa per renderlo credibile?
«Serve un’infrastruttura pubblica, ricerca condivisa, cooperazione europea, accesso più democratico alla capacità di calcolo, tutela dei dati e una sovranità aperta, non subordinata ai monopoli tecnologici. È quella che chiamiamo “terza via europea”. Senza un investimento comune rischiamo di restare schiacciati tra i colossi privati americani e cinesi. Le stime su cui ragioniamo indicano tra 700 milioni e un miliardo l’anno nei primi anni».

Come si concilia un’infrastruttura pubblica con un’industria competitiva?
«La competitività europea richiede una strategia collaborativa che massimizzi le risorse comuni. Lo sviluppo dell’IA secondo modelli aperti e coerenti con i valori etici e sociali europei può creare un contesto più dinamico per le imprese, dentro rapporti strutturati tra università, aziende e istituzioni. Responsabilità, sicurezza ed etica non sono un freno allo sviluppo: possono diventare parte della leadership europea».

Che rapporto dovrebbe esserci con il polo italiano e le AI Gigafactory?
«Una candidatura italiana va sostenuta, perché parliamo di infrastrutture destinate a qualificare il Paese per i prossimi decenni. Il polo italiano potrebbe diventare uno degli snodi del futuro centro europeo, facendo da ponte tra ricerca e sistema produttivo. Polo nazionale e CERN europeo sarebbero complementari: condividere ricercatori, università, conoscenza e infrastrutture è la condizione per consentire all’Europa di competere scientificamente nell’IA».

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