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Se Conte già comanda a sinistra

21
Settembre 2026
Di Daniele Capezzone

Il programma uscito l’altro ieri da Nova non è un elenco di proposte: è un mandato. Conte lo ha detto senza giri di parole dal palco di Milano. «Emerge un mandato chiaro»: no all’economia di guerra, no al riarmo, stop alle armi a Kiev perché «le armi allontanano la pace». E soprattutto: quel testo, votato dalla base dopo mesi di tavoli e 17mila partecipanti, «mi onora» e «non sono disponibile a diluirlo» perché la politica non diventi «galleggiare e vivacchiare».

È qui che il Pd entra in difficoltà. Elly Schlein, alla Festa dell’Unità, aveva ribadito il sostegno militare a Kiev e il ruolo dell’Ue nel negoziato. Una linea che tiene insieme l’ala riformista e la famiglia dei socialisti europei. Conte arriva prima, con un documento già deliberato e presentato come non negoziabile sul punto più divisivo del campo largo. Non chiede di discutere: porta un pacchetto chiuso al tavolo della coalizione.

Il risultato è uno sbilanciamento di potere. Chi arriva con un programma votato dalla propria comunità e dichiara di non volerlo ammorbidire detta l’agenda. Il Pd si trova a scegliere tra due rischi: accettare i paletti pentastellati sulla politica estera e apparire subalterno, oppure resistere e far passare l’idea che è Nazareno a ostacolare l’unità “contro le destre”. In entrambi i casi Conte si colloca come dominus della trattativa: decide i confini entro cui l’alleanza può esistere.

Non è solo Ucraina. Il no al piano ReArm Ue e agli obiettivi Nato, la richiesta di piani di disarmo, il riconoscimento della Palestina e la fine del rapporto privilegiato Ue-Israele restringono lo spazio di mediazione. Alcuni di questi temi trovano sponde anche nel Pd, ma il metodo conta più dei singoli punti: un alleato che si presenta con un mandato «fermo e chiaro» costringe gli altri a inseguire. Per Schlein il problema non è solo il contenuto. È chi, da ieri, ha già scritto la prima pagina del “programma comune”.

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