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von der Leyen, discorso sullo stato dell’Unione senza rituali. L’Europa traccia le linee rosse

16
Settembre 2026
Di Gianni Pittella

Il discorso sullo Stato dell’Unione non può essere, quest’anno, un esercizio rituale. Ursula von der Leyen parla a un’Europa circondata da guerre, attraversata da nuove minacce e sottoposta a una pressione economica e sociale che rischia di alimentare paura, sfiducia e nazionalismi.

Per questo il suo messaggio dovrebbe avere un cuore politico molto chiaro, articolato intorno a tre priorità: difesa comune, iniziativa europea per la pace e protezione dei ceti più deboli.

La prima è la più urgente. Gli episodi nel Baltico, gli attacchi ibridi, i droni, le operazioni cyber e le provocazioni ai confini orientali ci dicono che non possiamo più considerare la sicurezza europea come un problema di domani.

L’Unione ha finalmente cominciato a muoversi. SAFE e la strategia di Readiness 2030 rappresentano passi importanti. Ma il punto politico è un altro: non basta spendere di più per la difesa. Bisogna spendere insieme e costruire una vera difesa comune europea.

Ventisette sistemi nazionali che acquistano separatamente, programmano separatamente e continuano a dipendere in settori strategici da altri non costituiscono ancora una potenza europea. Occorrono capacità comuni, industria europea, interoperabilità, intelligence, difesa aerea e antimissile, droni, cyberdifesa e una vera capacità europea di comando e di decisione.

La NATO rimane essenziale. Ma l’Europa deve diventare capace di assumersi una quota molto maggiore della responsabilità della propria sicurezza. Non contro gli Stati Uniti, ma senza dipendere totalmente dagli Stati Uniti.

C’è poi una seconda responsabilità, altrettanto importante. Un’Europa che si arma ma rinuncia alla politica sarebbe un’Europa incompleta.

L’Unione deve tornare ad essere protagonista diplomatico.

In Medio Oriente deve promuovere una forte iniziativa politica che coinvolga Israele, i palestinesi, i paesi arabi e l’Iran, con l’obiettivo di fermare l’allargamento del conflitto e ricostruire una prospettiva credibile di pace e sicurezza regionale.

E deve farlo anche sulla guerra tra Russia e Ucraina. L’Europa deve sostenere ogni serio tentativo negoziale, ma senza confondere la pace con la resa. Nessuna pace duratura può nascere da una svendita dell’Ucraina a Putin, perché una soluzione che premiasse semplicemente l’aggressione preparerebbe nuove instabilità anziché chiudere quella attuale.

Difesa e diplomazia, dunque. Deterrenza e dialogo. Forza sufficiente per proteggersi e autorevolezza politica sufficiente per negoziare.

Ma manca un terzo pilastro, senza il quale anche gli altri due rischiano di perdere il consenso dei cittadini: la giustizia sociale.

Le conseguenze della destabilizzazione mondiale non sono distribuite equamente. Il rincaro dell’energia, l’incertezza economica, le tensioni commerciali e l’aumento della spesa pubblica per la sicurezza pesano soprattutto sui lavoratori, sulle famiglie a reddito medio-basso, sui pensionati, sui giovani e sulle piccole imprese.

Non possiamo chiedere agli europei di sostenere il costo della sicurezza lasciando soli coloro che hanno meno strumenti per difendersi dalle conseguenze economiche delle crisi.

Per questo alla nuova politica europea di sicurezza deve corrispondere una nuova politica europea di solidarietà: investimenti comuni, strumenti finanziari comuni, sostegno ai redditi più fragili, energia a prezzi sostenibili e politiche per il lavoro e la crescita.

È questa, a mio avviso, la sfida che dovrebbe attraversare il discorso sullo Stato dell’Unione: proteggere l’Europa senza trasformarla in una fortezza; costruire la pace senza essere deboli; rafforzare la sicurezza senza sacrificare la giustizia sociale.

L’Europa è nata per garantire pace, libertà e progresso sociale. Nel mondo pericoloso nel quale siamo entrati, questi tre obiettivi non possono più essere separati.

Difendersi, costruire la pace e proteggere i più deboli: è da qui che passa oggi la credibilità dell’Unione europea.