Gira tutto storto per Donald Trump, questa mattina. Politico spiega che “c’è ben poco che possa fare” per contenere i prezzi del petrolio e dell’energia, specie adesso che l’avanzata degli Huthi nello Yemen e nello stretto di Bab el-Mandeb “gli lascia solo cattive opzioni”. E siccome ‘piove sempre sul bagnato’, la Corte Suprema ha bloccato le restrizioni al voto per posta decise dall’Amministrazione Trump e la cui attuazione, in vista delle elezioni di midterm del 3 novembre, era stata affidata al servizio postale,
Politico descrive la “frustrazione” di Trump per l’andamento dei prezzi del petrolio, tornati sopra quota 100 dollari al barile. L’ultimo, financo risibile, tentativo di calmierarli è l’asserita ‘tregua delle raffinerie’ tra Ucraina e Russia, tutta da verificare nei fatti, mentre le cause dell’impennata risiedono nell’aggressione all’Iran del 28 febbraio e – più di recente – nella indecifrabile decisione del presidente di lasciare spazio all’offensiva degli Huthi, respingendo la richiesta del principe ereditario saudita Mohamed bin Salman di arginare l’avanzata dei ribelli sciiti filo-iraniani.
Risultato: nel giro di pochi giorni, gli Huthi hanno preso il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb, che dà accesso al Mar Rosso e, quindi, al Canale di Suez, mentre l’Iran mantiene, sia pure parzialmente, il controllo dello Stretto di Hormuz, che dà accesso al Golfo Persico. Di qui, l’ulteriore impennata dei prezzi del petrolio – ieri ai massimi dal 2022 – e del costo della benzina e del diesel alla pompa negli Usa, uno dei fattori più determinanti nella scelta degli elettori americani. Contemporaneamente, i rendimenti dei buoni del tesoro Usa sono saliti al 5%: un ulteriore aggravio per i conti pubblici degli Stati Uniti.
Nelle ultime ore, gli Huthi hanno conquistato altre isole nel Mar Rosso, dopo aver occupato il porto di Mokha e l’isola di Perim: l’arcipelago di Hanish è caduto, con il ritiro di centinaia di governativi, che faticano a riorganizzarsi. In due settimane, ci sono stati oltre 80 mila sfollati. A fronte di ciò, Trump annuncia che “Kiev e Mosca hanno accettato di sospendere i raid sulle raffinerie” l’una dell’altra: resta da vedere se la tregua del tutto parziale terrà e che impatto avrà sui mercati.
In questo contesto, la notizia di oggi per la stampa Usa unanime è la decisione della Corte Suprema. di respingere, per il momento, le limitazioni al voto per posta volute dal presidente, mettendo così fine a molteplici azioni legali intentate contro norme intervenute a operazioni di voto già in corso. La decisione della Corte Suprema autorizza gli Stati a continuare a inviare le schede per posta seguendo le procedure utilizzate nelle precedenti elezioni.
La sentenza non entra nel merito delle modifiche, che saranno oggetto di successivo esame in vista di successive elezioni, a partire dalle presidenziali del 2028.
Per il Washington Post, la decisione “è una grossa sconfitta per il presidente”, che è ostile al voto per posta perché lo considera fonte di brogli e perché è tendenzialmente democratico. Lasciando inalterate le procedure, la Corte blocca “cambiamenti che potevano avere un impatto significativo su milioni di elettori che intendono votare per posta in competizioni che decideranno quale partito controllerà la Camera e il Senato nei prossimi due anni”.
Nell’ordine emanato lunedì sera, e deciso a maggioranza, la Corte non spiega perché ha deciso d’avallare l’ordinanza emanata da un giudice federale che blocca le nuove norme. Sette giudici hanno deciso così; due si sono pronunciati in dissenso.
Dei nove giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti, sei sono conservatori e solo tre progressisti. In questo caso, dunque, quattro dei conservatori si sono schierati contro l’Amministrazione Trump, fra cui tutti e tre i giudici designati proprio dall’attuale presidente. A suo favore solo due suoi sostenitori oltranzisti: il cattolico Samuel Alito di origini italiane, che nel 2024 aveva fatto propaganda per Trump nel giardino di casa sua, e Clarence Thomas, la cui moglie Ginni è nota come sfegatata suffragetta trumpiana
Sui media Usa, troviamo, stamane, un’altra notizia fortemente imbarazzante per Trump: l’ha svelata ProPublica. La lussuosa festa di matrimonio del primogenito del presidente, Donald jr, organizzata il 23 maggio su un’isola privata alle Bahamas, dopo la cerimonia civile in Florida due giorni prima, venne pagata da un oligarca russo, Umar Kremlev, un uomo d’affari potente vicino al presidente Vladimir Putin.
Per il New York Times, “Il pagamento di centinaia di migliaia di dollari è una straordinaria elusione delle regole etiche per la famiglia di un presidente degli Stati Uniti”. Al Washington Post, la moglie di Donald jr, la modella Bettina Anderson, parla “di un regalo generoso senza ragioni politiche”. Kremlev presiede la International Boxing Association, una delle sigle che si contendono il controllo del mondo della boxe. Il presidente Trump non andò alla festa adducendo altri impegni.





