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A scuola per abitare il futuro

14
Settembre 2026
Di Virginia Caimmi

All’avvio di un nuovo anno scolastico dovremmo porci una domanda semplice: quale Italia vogliamo consegnare ai nostri figli? Un Paese che li lascia indietro sul digitale, oppure uno Stato capace di insegnare loro a utilizzare gli strumenti, comprenderne le opportunità e riconoscerne i rischi? La risposta non può essere soltanto normativa. I nostri bambini e ragazzi chiedono spazi crescenti di autonomia, ma hanno bisogno di adulti capaci di accompagnarli. Vale nella vita e vale nella dimensione digitale, che per loro non costituisce un universo separato: tempo reale e tempo digitale convivono nella stessa esperienza di nativi digitali. Per questo, mentre l’Europa discute nuove misure a tutela dei minori, occorre evitare che la protezione coincida esclusivamente con nuovi divieti, verifiche e barriere all’accesso. Ogni sistema può essere aggirato, tanto più da adolescenti digitalmente abilissimi, mentre molti genitori faticano persino a utilizzare gli strumenti di parental control già disponibili. Forse dovremmo rovesciare il paradigma: Commissione europea e legislatori nazionali dovrebbero intensificare il dialogo, evitando duplicazioni e sovrapposizioni. Oggi norme europee e nazionali si affastellano, l’età del consenso digitale cambia tra Paesi e persino tavoli istituzionali esistenti da anni sembrano talvolta ripartire da zero. Senza coordinamento, la tutela rischia di diventare confusione.

Eppure la parola decisiva è un’altra: competenze. Non possiamo continuare a limitare gli accessi se contemporaneamente non insegniamo alle persone a stare in rete. Occorre una grande iniziativa permanente di formazione, non progetti spot: per bambini e adolescenti, certamente, ma anche per insegnanti e genitori. Una formazione che non criminalizzi Internet e non consideri i ragazzi degli “idioti digitali” da tenere lontani da ogni rischio. Perché vietare non basta. Oggi i ragazzi popolano alcune piattaforme; domani, davanti a controlli eccessivamente invasivi, potrebbero spostarsi verso ambienti meno regolati e meno sicuri. Una nuova piattaforma capace di attrarli ci sarà sempre. Molto più ambizioso è insegnare loro a socializzare bene anche online, dotandoli di strumenti efficaci per riconoscere manipolazioni, abusi, disinformazione e profilazione. L’accesso democratico alla rete, con la minore profilazione possibile, è inoltre un valore da preservare. In una democrazia la libertà della rete merita tutela proprio mentre cerchiamo di renderla più sicura. Non dobbiamo scegliere tra libertà e protezione: dobbiamo costruire cittadini capaci di esercitare la prima conoscendo gli strumenti della seconda.

E allora ripartiamo dalla scuola. Insegnando persino gesti apparentemente banali, come utilizzare correttamente un indirizzo e-mail, cercare una fonte, verificarla, proteggere un’identità digitale, capire che cosa accade ai propri dati. E investiamo seriamente sull’inglese, insegnato bene durante tutta la scuola dell’obbligo e, sin dai primi anni, anche attraverso docenti madrelingua. L’inglese non è più soltanto una materia: è una chiave di accesso alla conoscenza, alla ricerca, al lavoro e a una parte enorme dell’informazione mondiale. Padroneggiarlo significa offrire ai nostri giovani la possibilità di competere con i loro coetanei nel mondo, comprendere meglio ciò che leggono e diventare protagonisti, anziché spettatori, della trasformazione digitale. Ma la scuola deve offrire anche ciò che nessuna tecnologia potrà sostituire: l’incontro. Facciamo riscoprire ai ragazzi le straordinarie opportunità di socializzazione offerte dalla scuola, dallo sport, dalle associazioni e dalle comunità di quartiere. Diamo loro luoghi in cui incontrarsi, discutere, costruire qualcosa insieme, guardarsi negli occhi e immaginare il mondo che vorrebbero. Utilizziamo anche il digitale per creare queste opportunità, quando serve, senza dimenticare che una relazione umana autentica non può essere integralmente sostituita da una relazione mediata da uno schermo. Se il digitale diventa rifugio da una realtà nella quale i ragazzi non si riconoscono, non possiamo limitarci a togliere loro il rifugio: dobbiamo rendere migliore quella realtà. Plasmare comunità più vive, inclusive e interessanti è responsabilità di ciascuno di noi. Usciamo di casa. Organizziamo incontri, esperienze, laboratori, occasioni di scoperta. Diamo ai ragazzi ragioni per abitare il proprio quartiere e contemporaneamente gli strumenti per attraversare il mondo digitale.

Noi abbiamo conosciuto le prime chat e i primi SMS; loro stanno vivendo un’accelerazione digitale senza precedenti. Pensare di governarla soltanto vietando o controllando significa inseguire un fenomeno che correrà sempre più veloce delle norme. Serve invece un patto di corresponsabilità tra Stati, scuola, famiglie, piattaforme e cittadini. Un patto per il buon vivere in rete e fuori dalla rete, fondato sulla consapevolezza e non sulla paura. L’auspicio, alla vigilia di questo nuovo anno scolastico, è allora che ogni bambino che varcherà la porta di una scuola italiana possa trovare adulti disposti non a costruirgli intorno muri sempre più alti, ma a consegnargli bussole sempre più precise. Perché il nostro compito non è impedire ai giovani di entrare nel futuro: è dare loro cultura, libertà, relazioni e competenze sufficienti per abitarlo da cittadini consapevoli, curiosi e liberi.