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Guerre: Usa e Russia si vedono a vicenda indeboliti dall’Ucraina e dall’Iran

28
Agosto 2026
Di Giampiero Gramaglia

L’intelligence statunitense ci racconta che la Russia è indebolita dall’invasione dell’Ucraina, che si trascina da 54 mesi, e che l’unica sua opzione è accettare di negoziare una pace; e il capo della Cia John Ratcliffe va al Cremlino a dirlo al presidente russo Vladimir Putin, perché – si sa – bisogna spiegare a Putin come vanno le cose in Russia (l’idea è che i suoi consiglieri, per compiacerlo, gli nascondano la realtà, come del resto fanno quelli del presidente Usa Donald Trump). La missione, che doveva rimanere segreta, diventa un segreto di Pulcinella.

La Russia ha invece sentore che gli Stati Uniti siano indeboliti dall’aggressione all’Iran, che va avanti da sei mesi a fasi alterne – un po’ si bombarda, un po’ si negozia, un po’ si cerca di ‘asfissiare’ economicamente l’avversario – e che continua a mantenere elevati i costi dell’energia: europei e americani lo constatano  tutti i giorni alla pompa della benzina (senza bisogno dell’aiuto della Cia).

E si diffonde il timore che Putin possa testare la resistenza e la compattezza dell’Alleanza atlantica, con un’azione dimostrativa contro uno dei Paesi della Nato. Tanto più che il Ministero degli Esteri russo avverte che “potremmo colpire obiettivi britannici”, perché il Regno Unito promette missili all’Ucraina – il Cremlino poi minimizza: “Minacce che sono spauracchi”). Intanto, però, fra i 27 torna a circolare l’idea di utilizzare i 210  miliardi di euro di beni russi congelati per aiutare Kiev.

Il Wall Street Journal notava ieri che la guerra aerea tra Russia e Ucraina è in una nuova fase,: entrambi i Paesi si infliggono reciproche distruzioni con missili e droni a lungo raggio ed entrambi sono meno attenti a cercare di evitare vittime civili; inoltre, né Kiev né Mosca sono vicine a cedere.

Ma Trump sente Putin e poi rasserena tutti: “Tranquilli!, non ci attacca”. Un’affermazione che, considerati i precedenti nei rapporti tra i due leader, con il russo a menare sempre per il naso l’americano, alimenta più apprensioni che altro. Tanto più che i media occidentali avallano l’impressione del Cremlino che l’aggressione all’Iran abbia fiaccato gli Stati Uniti: all’Ap, fonti militari Usa riferiscono che il numero di missili anti-missile Patriot disponibili in Europa “è largamente sotto la soglia critica”: non ce ne sono abbastanza per contrastare un massiccio attacco con missili balistici.

E, ieri, il Washington Post metteva in risalto le preoccupazioni degli alleati asiatici degli Stati Uniti per la riduzione degli arsenali militari nell’area a causa della guerra all’Iran, nell’ipotesi di confronto con la Cina: “L’impoverimento degli arsenali può galvanizzare Cina e Corea del Nord”.

Forse anche per queste carenze e per lo stress imposto a uomini e mezzi, l’Amministrazione Trump ha accantonato gli strumenti militari contro l’Iran e punta, fin che dura, sulla pressione economica, ricorrendo fra l’altro alle sanzioni secondarie verso quei Paesi che consentono a Teheran di aggirare le misure statunitensi. Fra di essi vi sono la Cina e la Russia, oltre a diversi alleati degli Stati Uniti. Ma Foreign Affairs, la prestigiosa rivista del Centre for Foreign Relations, dedica il suo ultimo numero a spiegare come e perché la strategia della massima pressione sull’Iran è destinata a fallire.

Secondo Politico, la missione di Ratcliffe a Mosca doveva anche servire a diffidare Putin dall’aiutare l’Iran, che, dal canto suo, si appresta a reagire “come un terremoto” – l’espressione è della Fox – all’offensiva economica degli Stati Uniti, che incontra pure l’ostilità della Cina. Anche l’Oman, Paese alleato degli Stati Uniti, che però Trump ha recentemente minacciato di bombardare, è preoccupato dall’evoluzione della situazione perché ha un’intesa con l’Iran per gestire a pagamento il traffico nello Stretto di Hormuz.

Guerre: Trump rilancia quella dei dazi con il Canada
Se le guerre guerreggiate lo hanno stancato, il presidente Trump resta combattivo sul fronte dei dazi e inasprisce il confronto con il Canada, dopo il botta e risposta dei giorni scorsi con nuove tariffe effettive e minacciate da entrambe le parti. Con un ordine esecutivo, Trump ordina di cambiare nome al Lago Ontario, uno dei Grandi Laghi al confine tra Usa e Canada, e di chiamarlo d’ora in poi Lago America – l’Ontario è una provincia canadese, quella dove sorge Toronto -.

Naturalmente, la decisione di Trump non vincola il Canada e l’universo mondo, che continueranno, probabilmente, a chiamare il lago Ontario, com’è avvenuto lo scorso anno con il Golfo del Messico ribattezzato da Trump Golfo dell’America. L’ordine esecutivo firmato da Trump motiva la decisione con il fatto che “il Canada ci ha a lungo buggerato sul commercio, molto tristemente” – sic!, ndr -.

Un’altra notizia ricorrente sui media Usa questa mattina è la nuova decisione di un giudice federale di bloccare le iniziative dell’Amministrazione Trump per limitare e condizionare il voto per posta nelle elezioni di midterm del 3 novembre. Pochi giorni fa, la Corte Suprema aveva dato un parziale e provvisorio via libera alle iniziative dell’Amministrazione in tal senso. La decisione del giudice sarà oggetto di ricorsi, ma intanto il tempo scorre: fra poco più di una settimana, dopo il Labor Day il 7 settembre, le procedure del voto per posta incominceranno; e allora cambiare le regole del gioco a partita in corso sarà ancora più complicato.