La tensione diplomatica tra Italia e Spagna rappresenta uno degli episodi più preoccupanti degli ultimi anni nei rapporti tra due Paesi che, per storia, cultura e interessi strategici, dovrebbero essere partner naturali nella costruzione di una politica mediterranea dell’Unione europea.
È comprensibile che, in una fase di forte pressione politica interna, ciascun governo sia tentato di utilizzare il tema migratorio per rafforzare il proprio consenso. Ma quando le esigenze della politica domestica prevalgono sull’interesse europeo, il rischio è quello di trasformare una difficoltà gestibile in una crisi diplomatica dalle conseguenze economiche, istituzionali e geopolitiche.
La realtà dei fatti impone alcune considerazioni.
Anzitutto, l’emergenza verificatasi a Ceuta non può essere affrontata come se riguardasse esclusivamente il rapporto tra Roma e Madrid. Si tratta di una frontiera esterna dell’Unione europea e, come tale, richiede una risposta comune. Ogni iniziativa unilaterale rischia di produrre effetti controproducenti, alimentando tensioni tra Stati membri invece di rafforzarne la cooperazione.
La sospensione di Schengen e le successive misure di reciprocità adottate dalla Spagna hanno inaugurato una pericolosa escalation. Quando due Paesi europei iniziano a rispondersi con misure speculari, il danno non riguarda soltanto i rispettivi governi, ma milioni di cittadini, imprese, lavoratori e turisti che vivono concretamente lo spazio europeo della libera circolazione.
Il vero problema, tuttavia, è un altro.
L’Europa continua ad affrontare il fenomeno migratorio quasi esclusivamente come una questione di sicurezza. Certamente il controllo delle frontiere è indispensabile. Nessuno può immaginare un sistema privo di regole. Ma sarebbe un grave errore pensare che la sicurezza, da sola, possa rappresentare una strategia.
La pressione migratoria che interessa il Mediterraneo è il risultato di dinamiche demografiche, economiche, climatiche e geopolitiche destinate a durare per molti anni. Nessun muro, nessuna barriera amministrativa e nessuna misura emergenziale potranno eliminarle.
Per questo motivo l’Unione europea dovrebbe finalmente dotarsi di una vera strategia euromediterranea.
Occorre costruire una nuova stagione di partenariato con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo, fondata su investimenti condivisi, cooperazione economica, formazione, università, energia, infrastrutture, ricerca, lotta al terrorismo e gestione concordata dei flussi migratori.
Solo accordi strutturali possono consentire di programmare gli ingressi sulla base delle reali esigenze produttive, demografiche e professionali dell’Europa, contrastando al tempo stesso il traffico di esseri umani e l’immigrazione irregolare.
La crisi tra Italia e Spagna dovrebbe dunque rappresentare un campanello d’allarme per Bruxelles.
Anziché assistere passivamente allo scontro tra due governi, le istituzioni europee dovrebbero assumere un ruolo di mediazione politica, favorendo il ripristino della piena collaborazione tra due Paesi che condividono interessi fondamentali nel Mediterraneo.
Perché la vera sfida non consiste nello stabilire chi abbia ragione in questa controversia.
La vera sfida è evitare che due grandi Paesi fondatori dell’Unione finiscano per combattersi mentre le cause profonde della migrazione rimangono irrisolte.
L’Europa non ha bisogno di nuovi conflitti interni. Ha bisogno di una visione.
Una visione che sostituisca la logica dell’emergenza con quella della programmazione, la propaganda con la responsabilità, il confronto tra governi con una autentica politica comune per il Mediterraneo.
È lì che si gioca il futuro della sicurezza europea, ma anche della sua prosperità, della sua stabilità e della sua credibilità internazionale.





