Top News

Hormuz, il Golfo cambia pelle: oleodotti, porti e corridoi ridisegnano la mappa dell’energia

14
Luglio 2026
Di Paolo Bozzacchi

La chiusura dello Stretto di Hormuz sta trasformando una vulnerabilità strategica in un potente acceleratore di investimenti. Quello che fino a pochi mesi fa era considerato un piano di emergenza è diventato una priorità industriale: Paesi del Golfo, compagnie energetiche e operatori logistici stanno ridisegnando la geografia di petrolio, gas e trasporti per ridurre la dipendenza dal principale collo di bottiglia energetico mondiale. Secondo l’International Energy Agency, oggi soltanto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di infrastrutture operative capaci di aggirare Hormuz, ma la capacità alternativa resta ancora insufficiente rispetto ai volumi normalmente transitati dallo stretto.

Riyadh parte da una posizione di vantaggio grazie all’oleodotto East-West, che collega i giacimenti orientali al terminale di Yanbu sul Mar Rosso. L’infrastruttura può movimentare fino a circa 7 milioni di barili al giorno e rappresenta oggi il principale corridoio alternativo della regione. L’obiettivo saudita è concentrare sempre più esportazioni e attività di raffinazione sulla costa del Mar Rosso, riducendo l’esposizione al Golfo Persico. Gli Emirati Arabi Uniti non stanno a guardare: stanno accelerando l’espansione del collegamento Habshan-Fujairah, destinato a raddoppiare entro il 2027 la capacità di esportazione bypassando completamente Hormuz. Parallelamente DP World ha avviato il progetto di un nuovo porto multifunzionale a Fujairah, mentre Khor Fakkan viene potenziato come hub logistico per container e merci dirette verso l’Oceano Indiano. Reuters e Financial Times descrivono questa scelta come il più importante riassetto infrastrutturale emiratino degli ultimi anni.

Più complessa la situazione di Iraq, Kuwait, Qatar e Bahrein. Baghdad punta sulla Development Road, il corridoio ferroviario e autostradale verso la Turchia e il Mediterraneo, mentre torna d’attualità il progetto dell’oleodotto Basra-Aqaba in Giordania. Si tratta però di opere che difficilmente entreranno a pieno regime prima della fine del decennio. Kuwait e Qatar, invece, restano i Paesi più esposti, non disponendo ancora di vie di esportazione realmente alternative. Anche l’Oman rafforza il proprio ruolo. Il porto di Duqm, affacciato direttamente sul Mare Arabico, si candida a diventare uno dei principali poli industriali e logistici regionali, grazie alla posizione esterna rispetto a Hormuz e ai programmi di sviluppo della zona economica speciale.

Sul tavolo restano poi i grandi corridoi multimodali. L’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), sostenuto da Stati Uniti, Unione Europea, India e Paesi del Golfo, mira a integrare porti, ferrovie ed energia tra Asia ed Europa, ma richiederà ancora diversi anni per essere completato. Avanzano anche la Gulf Railway, destinata a collegare i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, e nuovi collegamenti terrestri verso il Mediterraneo orientale.

Il risultato è una vera redistribuzione del rischio logistico. La produzione di idrocarburi non abbandonerà il Golfo, ma sempre più attività di stoccaggio, raffinazione ed esportazione saranno spostate lungo il Mar Rosso, il Golfo di Oman e i nuovi corridoi terrestri. Se l’emergenza ha imposto un cambio di passo, le scelte infrastrutturali raccontano una strategia destinata a durare ben oltre la crisi: il futuro dell’energia mediorientale sarà costruito sulla diversificazione delle rotte, non più sulla centralità esclusiva di Hormuz.