A quasi tre anni dall’attacco del 7 ottobre 2023, Gaza resta il principale teatro di guerra, ma la Cisgiordania continua a deteriorarsi e il confine con il Libano è oggi uno dei punti più instabili del Medio Oriente. Sul piano militare, diplomatico e umanitario sono in corso negoziati paralleli che coinvolgono Stati Uniti, Paesi arabi, Unione Europea e Nazioni Unite, senza che sia ancora emersa una soluzione politica condivisa.
Gaza: Israele amplia il controllo militare, ma la partita resta politica
Nella Striscia di Gaza le Forze di Difesa Israeliane (IDF) continuano le operazioni contro le strutture residue di Hamas e hanno progressivamente esteso le aree sottoposte a controllo militare diretto, attraverso zone cuscinetto e corridoi strategici destinati – nelle intenzioni di Israele – a impedire la ricostituzione delle capacità militari del gruppo. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) segnala che le aree ad accesso limitato continuano ad ampliarsi, costringendo la popolazione civile a nuovi spostamenti e riducendo ulteriormente lo spazio disponibile per oltre due milioni di abitanti. Parallelamente continua il negoziato più delicato: quello tra Israele e Hamas sul rilascio degli ostaggi israeliani ancora detenuti nella Striscia e sulla definizione di un cessate il fuoco più stabile. I colloqui sono mediati principalmente da Qatar ed Egitto, con gli Stati Uniti nel ruolo di principale garante politico. Secondo Reuters, i nodi restano tre: il disarmo di Hamas, il futuro governo di Gaza e le garanzie di sicurezza richieste da Israele. La dimensione umanitaria continua nel frattempo a rappresentare il dossier più urgente. OCHA denuncia che le restrizioni agli accessi, l’insicurezza e la carenza di finanziamenti stanno limitando la distribuzione degli aiuti, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità, UNRWA e il Comitato Internazionale della Croce Rossa continuano a chiedere un accesso regolare e sicuro per personale sanitario e convogli umanitari.
Cisgiordania: peggiora il conflitto invisibile
Se Gaza resta il simbolo della guerra, è in Cisgiordania che si registra uno dei peggiori deterioramenti della situazione civile degli ultimi anni. Le operazioni militari israeliane contro gruppi armati palestinesi proseguono quasi quotidianamente, mentre aumentano gli episodi di violenza attribuiti ai coloni e le demolizioni di abitazioni palestinesi. OCHA evidenzia che nel 2026 oltre 3.200 palestinesi sono già stati sfollati a causa di demolizioni e violenze dei coloni, mentre numerose comunità risultano sempre più isolate dalle restrizioni alla circolazione. Sul piano politico Israele mantiene il controllo di sicurezza sull’Area C e rafforza la propria presenza operativa, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese attraversa una delle fasi più difficili della propria storia, sia dal punto di vista economico sia sotto il profilo della legittimazione politica. Per l’Unione Europea e per le Nazioni Unite la stabilizzazione della Cisgiordania rappresenta una priorità strategica, perché un ulteriore deterioramento rischierebbe di compromettere definitivamente la prospettiva della soluzione dei due Stati.
Libano: tregua fragile e negoziato aperto
Sul fronte settentrionale il livello delle ostilità è inferiore rispetto ai mesi più intensi dello scontro tra Israele e Hezbollah, ma la situazione resta estremamente fragile.
Gli Stati Uniti continuano a mediare il dialogo tra Israele e il governo libanese, con l’obiettivo di consolidare il cessate il fuoco, rafforzare la presenza dell’esercito libanese nel Sud del Paese e dare piena attuazione alla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Un nuovo ciclo di colloqui tra Israele e Libano è previsto a Roma con la mediazione USA, segnale che il canale diplomatico rimane aperto nonostante le violazioni registrate lungo la Blue Line. Resta però irrisolto il nodo principale: il futuro ruolo militare di Hezbollah e il rapporto tra le esigenze di sicurezza israeliane e la sovranità dello Stato libanese.
Chi sta lavorandoa una soluzione
La diplomazia internazionale opera oggi su più livelli. Gli Stati Uniti restano il principale attore politico e militare, coordinando i negoziati sugli ostaggi, sul cessate il fuoco a Gaza e sulla sicurezza del confine israelo-libanese. Qatar ed Egitto rappresentano i mediatori indispensabili nei rapporti indiretti con Hamas, grazie ai canali mantenuti con il movimento palestinese. Le Nazioni Unite operano soprattutto sul fronte umanitario. Attraverso OCHA, UNRWA, OMS e il Programma Alimentare Mondiale cercano di garantire assistenza alla popolazione civile, monitorare il rispetto del diritto internazionale umanitario e coordinare gli aiuti. L’Unione Europea, insieme ai principali Stati membri, continua invece a sostenere una soluzione politica fondata sulla coesistenza di due Stati, finanziando gli interventi umanitari e mantenendo aperto il dialogo con Israele, Autorità Palestinese e partner arabi.
Il vero negoziato riguarda il “giorno dopo”
Al di là dell’evoluzione militare, il punto decisivo resta la governance del dopoguerra. Chi amministrerà Gaza? Quale ruolo avrà l’Autorità Palestinese? Hamas potrà essere esclusa dalla futura architettura politica? E quali garanzie di sicurezza saranno considerate sufficienti da Israele? Sono queste le domande su cui si concentra oggi il lavoro diplomatico di Washington, Doha, Il Cairo, Bruxelles e delle Nazioni Unite. Perché, come mostrano gli ultimi sviluppi sul terreno, il conflitto non dipende più soltanto dalle operazioni militari, ma dalla capacità di costruire un assetto politico che renda sostenibili sicurezza, ricostruzione e assistenza umanitaria. Al momento, nessuno dei tavoli negoziali ha ancora prodotto un accordo complessivo in grado di tenere insieme queste tre dimensioni. Lo stallo purtroppo logora e continua.





