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Iran: sussulto di ostilità nello Stretto di Hormuz, mentre leader Nato riuniti
Di Giampiero Gramaglia
Un sussulto di ostilità nello Stretto di Hormuz, probabilmente il concatenarsi di episodi più gravi dalla firma dell’accordo di tregua fra Usa e Iran di metà giugno, mette a repentaglio le trattative, che dovrebbero riprendere a giorni, dopo la fine delle onoranze funebri all’ayatollah Ali Khameney, la guida suprema iraniana uccisa dalle bombe israeliane il 28 febbraio, il primo giorno dell’aggressione israelo-americana a Teheran.
Le scaramucce sottraggono la scena dell’attualità internazionale al Vertice della Nato ad Ankara, che il presidente Usa Donald Trump trasforma nel palcoscenico dell’ennesima sfida agli alleati, ignari della tempesta che lui sta per scatenare e attenti a non irritarlo, timorosi come sono di quel che può dire e fare.
Infatti, a margine dei lavori del Vertice, Trump afferma che, per lui, il cessate-il-fuoco con l’Iran “è finito”, ma che i negoziati possono andare avanti, anche se – aggiunge – “trattare con quella feccia è solo una perdita di tempo”.
A riprova di come la Nato non sia in cima ai pensieri dell’opinione pubblica negli Stati Uniti, oltre all’Iran c’è un’altra storia in grande evidenza sui media Usa stamane: la vicenda un po’ lubrica, un mix di sesso, giudiziaria e politica, del candidato democratico al Senato nel Maine Graham Platner, un coltivatore di ostriche. Il seggio del Maine, ora occupato da una repubblicana, Susan Collins, potrebbe rivelarsi decisivo il 3 novembre, per determinare la maggioranza nel Senato.
Assume molto rilievo anche il discorso che Rahm Emmanuel, ex braccio destro di Barack Obama, ex sindaco di Chicago, ex ambasciatore in Giappone, potenziale candidato democratico nel 2028 alla Casa Bianca, s’appresta a fare a Tel Aviv: una denuncia delle scelte del premier israeliano Benjamin Netanyahu e un monito che le relazioni tra Usa e Israele sono “a un punto cruciale”, mentre i sondaggi indicano che il sostegno dell’opinione pubblica a Israele continua a erodersi.
Tanto più che siamo di nuovo a un momento di frizione nelle relazioni fra Usa e Israele, perché Netanyahu non gradisce la vendita di F-35 degli Usa alla Turchia: una concessione di Trump all’amico presidente turco Recep Tayyip Erdogan, in deroga a quanto da lui stesso stabilito. Netanyahu ne discuterà oggi con il segretario alla Guerra Usa Pete Hegseth, atteso in Israele dopo la fine del Vertice in Turchia.
Nello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti hanno attaccato la scorsa notte decine di obiettivi militari iraniani, dopo che l’Iran aveva colpito tre navi mercantili. A sua volta, l’Iran ha reagito prendendo di mira 85 siti americani nella Regione, in particolare le basi in Bahrein e in Kuwait. E i due Paesi coinvolti hanno a loro volta reagito. Si ignora se vi siano state vittime e l’entità dei danni.
L’entità degli incidenti fa temere una ripresa delle ostilità su larga scala. In precedenza, gli Usa avevano sospeso le esenzioni alle sanzioni concesse all’Iran per la vendita del petrolio, esenzioni che dovevano valere per la durata dei negoziati, cioè 60 giorni dalla metà di giugno. La decisione, insieme al successivo sussulto di azioni belliche, ha innescato un’impennata dei prezzi del greggio.
Di fronte a questi sviluppi, il Vertice della Nato in Turchia scivola in secondo piano. Politico ironizza su questo incontro presentato come ‘a o la va o la spacca’ dove, in realtà, c’è solo da approvare una dichiarazione già scritta, al termine una riunione di poche ore questa mattina dopo una cena di gala ieri sera. Durante la quale il presidente Trump e la premier italiana Giorgia Meloni – l’ultima ad arrivare ad Ankara – erano seduti allo stesso tavolo: limitate le interazioni, in un clima definito da Meloni “cordiale”, con un tono e dei modi che contraddicevano però l’affermazione. Quanto a Trump, di Meloni, prima di incontrarla, aveva detto: “E’ una brava persona, mi piace… Ma sono deluso: non c’è stata per noi”.
Politico osserva che, prima ancora che il Vertice iniziasse, Trump aveva già rinnovato le minacce sulla Groenlandia (che “dovrebbe essere controllata da noi, non dalla Danimarca”), prospettato l’ipotesi di ritiro dall’Europa di truppe Usa e ribadito le critiche agli alleati per il mancato aiuto nella guerra all’Iran e per il mancato rispetto degli impegni di spesa per la difesa. “Il maggior fan rimasto al presidente Trump, a parte il presidente della Fifa Gianni Infantino, il segretario generale della Nato Mark Rutte, ha provato a rabbonirlo, sciorinando le cifre delle maggiori spese europee per la difesa”, ma apparentemente senza impressionarlo.
Siamo di fronte a un intreccio di contraddizioni. Trump reclama agli alleati aumenti delle spese immediati, mentre l’impegno preso lo scorso anno – più per compiacerlo che per convinzione – è portare i bilanci della difesa al 5% del Pil nazionale entro il 2035. Inoltre, Trump s’aspetta, anzi pretende, che gli europei comprino armi americane – è il programma che Rutte ipocriticamente chiama ‘Made in Nato’ -, mentre gli europei hanno un loro piano ‘Buy European’, per alimentare l’apparato industriale-militare europeo.
Il Wall Street Journal dedica un ritratto in prima al premier canadese Mark Carney, presentato come “l’uomo che ha allontano l’Europa dagli Stati Uniti”: “di fronte alle minacce di Trump, Carney è emerso come una figura centrale nel progetto di ridisegnare l’Alleanza occidentale”. Molti leader europei hanno invece scelto la tattica dell’adulazione o dell’accondiscendenza.





