Innovazione

La stretta sul telemarketing punisce un settore in affanno

07
Luglio 2026
Di Sergio Boccadutri

Da poche settimane proporre al telefono un contratto luce e gas è vietato a pena di nullità, salvo richiesta o consenso specifico del cliente. Per i servizi di telecomunicazione invece questo non vale: è il curioso risultato del DL bollette. Così un operatore energetico non potrà più vendere energia per telefono ai nuovi clienti, ma potrà continuare a offrire alla propria clientela la fibra o una SIM; un operatore di telecomunicazioni, al contrario, non potrà più proporre ai propri clienti un contratto energia. Di fatto la politica ha deciso di chiudere la porta del mercato energetico in faccia a chi stava provando a entrarci.

Da un po’ di tempo, infatti, le telco avevano ampliato la propria offerta, con assicurazioni ed energia, ad esempio, per ricavare di più da ogni cliente. E si capisce perché. Secondo Asstel, dal 2010 i ricavi delle telecomunicazioni italiane sono scesi del 33 per cento. I prezzi, nello stesso periodo, sono calati del 40 per cento, mentre il traffico dati è cresciuto di 23 volte: gli operatori trasportano ventitré volte più dati di quindici anni fa facendosi pagare il 40 per cento in meno, e con quei ricavi in calo hanno continuato a costruire le reti fisse e mobili su cui quel traffico viaggia. Nell’energia è successo l’esatto contrario: prezzi su del 115 per cento e consumi praticamente fermi, tenuti a freno anche dai guadagni di efficienza. Chi compra energia paga più del doppio per la stessa cosa; chi compra connettività paga molto meno per un servizio qualitativamente sempre più grande.

Se in Italia c’è un mercato che ha bisogno di concorrenza è proprio quello energetico. E la concorrenza stava funzionando come deve: le telco smuovevano il mercato con offerte a prezzo fisso o a plafond, con un legame chiaro tra quanta energia si consuma e quanto si paga, provocando la risposta delle utility di energia che si sono messe a vendere la connessione a internet. Il divieto interrompe questo processo: un operatore come Fastweb+Vodafone o WindTre non potrà più contattare la propria base clienti per proporre un contratto energia, nemmeno chiedendo il consenso, perché la legge riserva quella possibilità a chi ha già clienti energia. L’operatore energetico con milioni di clienti, invece, potrà continuare a contattarli per proporre contratti internet. Le regole dovrebbero proteggere la concorrenza, non i concorrenti: qui invece lo Stato decide chi può cercare clienti e chi no, cioè distribuisce per legge quote di mercato. La scusa sono le telefonate moleste, che però non spariranno: chi chiamava fuori dalle regole ieri continuerà a farlo domani.

C’è infine un danno che va oltre il mercato dell’energia. Vendere energia serviva alle telco per continuare a finanziare le reti su cui il Paese ha costruito i suoi obiettivi di connettività. Il paradosso è servito: il settore che ha subito prezzi di connettività tra i più bassi d’Europa ma ha garantito al Paese investimenti costanti viene escluso da un mercato adiacente, mentre il settore che ha più che raddoppiato i prezzi si vede blindare la base clienti e resta libero di vendere servizi di comunicazione. Un libero mercato funziona se i clienti restano contendibili, cioè liberi di essere conquistati da chi offre condizioni migliori, e se le regole valgono per tutti allo stesso modo. Un governo che considera le reti un’infrastruttura strategica dovrebbe chiedersi come sostenere le telecomunicazioni, non decidere per legge chi può vendere che cosa, e a chi.