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Meloni apre al Quirinale: «Sì a un presidente non di sinistra»

30
Giugno 2026
Di Lorenzo Berna

«Non è detto che non si possa superare questo altro grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra.» Con queste parole, raccolte dal Corriere della Sera in un’intervista a 10 minuti su Rete4, Giorgia Meloni apre ufficialmente il fronte Quirinale, collocando lo scenario nel 2027 e legandolo all’esito delle prossime elezioni politiche. L’eventualità di un capo dello Stato di destra, ammette la premier, resta «terribile per un certo establishment». Ma c’è, aggiunge, «un altro modo di affermare una cosa banale: chi non è di sinistra non è figlio di un Dio minore, ha gli stessi diritti degli altri».

L’uscita arriva in una giornata particolare, quella in cui un retroscena pubblicato da La Verità ipotizza una candidatura della leader di Fratelli d’Italia al Colle costruita su un patto con Roberto Vannacci. Smentita categorica per quella ricostruzione specifica – «Mai detto una cosa del genere», ha spiegato il generale al Corriere – ma non per l’ipotesi di un’intesa più ampia: «Potrebbe essere d’accordo con questa ipotesi», ha lasciato intendere Vannacci. Un’eventualità che Meloni, dal canto suo, ha sempre escluso in modo netto.

Il nodo Vannacci

Proprio mentre si avvicina il voto, resta aperta la partita più complicata, quella interna al fronte del centrodestra: il rapporto tra il partito del generale e la coalizione di governo. Tornata sull’argomento, Meloni ha chiuso senza ambiguità: «Difficilmente puoi costruire qualcosa con qualcuno che palesemente vuole solo distruggere.» Una linea che colloca stabilmente Vannacci nel campo delle opposizioni, accanto – sostiene la premier – a «Schlein, Conte, Bonelli, Renzi e compagnia cantante», senza differenze sostanziali secondo lei rilevabili.

C’è però un terreno su cui le posizioni dei due non collimano affatto, ed è quello della remigrazione, bandiera della propaganda di Futuro nazionale e probabile linea rossa in vista di una qualsiasi intesa elettorale. Interrogata sul tema, Meloni ha preferito ridefinirlo a modo suo: «Che cos’è la remigrazione? Per come la interpreto io, sono i rimpatri volontari assistiti. Già li facciamo. Vuol dire che mi metto d’accordo con questi migranti per rimandarli a casa, perché è volontario. Lo fa lo Stato italiano, lo fa l’Unione europea, lo fa l’Unhcr: lo fanno tutti. Il problema ce l’hai con quelli che non se ne vogliono andare e lì diventa chiaramente un tantino più complesso.» Un modo, ha aggiunto la presidente del Consiglio, per «superare» nel merito lo slogan di Futuro nazionale.

Sul fronte della legge elettorale, nessun passo indietro è previsto da parte di Meloni, attualmente in discussione alla Camera: la riforma, ha ribadito, «non favorisce nessuno, ma favorisce gli italiani che scelgono chi vince». Una formula che, chiosa la premier, viene contestata «da chi è abituato a governare senza vincere le elezioni». Oggi a Palazzo Chigi è atteso un vertice tra i leader di maggioranza per definire gli ultimi dettagli del provvedimento.

Trump, Rutte e la collocazione internazionale

Intervistata anche da Nicola Porro, la presidente del Consiglio è tornata sulle dichiarazioni giudicate «approssimative» del segretario della Nato Mark Rutte, che aveva ipotizzato partenze dalle basi italiane durante l’attacco americano all’Iran. Quanto al rapporto con la Casa Bianca, dopo i recenti attriti con Washington, Meloni ha respinto ogni lettura di un cambio di linea: «Non sono antiamericana oggi, non ero inginocchiata ieri. Credo che l’Occidente sia più forte unito e credo che l’Italia sia più forte in un Occidente unito.»

Tra politica interna ed estera, la premier è intervenuta anche sulla vicenda delle mascherine acquistate ai tempi del Covid, tornata al centro delle indagini della commissione parlamentare d’inchiesta: «Una storia incredibile di cui bisogna parlare: sono state date alle commissioni per milioni di euro di soldi degli italiani per importare con gara diretta dalla Cina mascherine farlocche mentre c’era gente che stava lì a fare tutti i sacrifici che poteva per salvare gli italiani.»

Resta sullo sfondo, infine, il nodo delle rispettive «linee rosse» tra il generale e la premier. La prima, e probabilmente la più rilevante, riguarda la collocazione dell’Italia nell’Europa, nella Nato e nell’Occidente, con il sostegno all’Ucraina invasa dalla Russia – primo punto del programma di centrodestra, e posizione opposta a quella sostenuta dal leader di Futuro nazionale: «Basta sostegno incondizionato a Kiev», ha rilanciato Vannacci, che giovedì non parteciperà al ricevimento Usa a Villa Taverna ma sarà invece a Treviso, a un incontro «con cento imprenditori».

Cosa dicono i sondaggi

A fotografare il quadro arriva il sondaggio Ipsos Doxa realizzato per il Corriere della Sera, condotto su un campione di mille interviste tra il 22 e il 25 giugno. Fratelli d’Italia si conferma primo partito al 27%, in lieve calo rispetto al 27,6% di fine maggio. Forza Italia sale al 6%, la Lega scende all’8,3%, Noi Moderati resta stabile allo 0,8%. Futuro nazionale, il partito di Vannacci, continua la sua crescita arrivando al 5,6%, dal 4,8% della rilevazione precedente.

Sul piano delle coalizioni, il centrodestra tradizionale – Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati – si attesta al 41,7%, contro il 44,5% del campo progressista (Pd, M5S, Avs, +Europa, Italia Viva). Se si include Futuro nazionale nel computo, la coalizione di centrodestra sale invece al 47,7%, superando nettamente il fronte progressista.