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Iran e Nato: Trump, il giorno dell’ira con i repubblicani e gli alleati

25
Giugno 2026
Di Giampiero Gramaglia

Atmosfera rovente, ieri alla Casa Bianca: prima, un lunch come minimo “contenzioso” – l’aggettivo è riduttivo – fra il presidente Usa Donald Trump e i leader repubblicani del Senato, durante il quale – si sarebbe scritto una volta – “volavano i piatti”; poi, l’incontro nello Studio Ovale tra Trump e Mark Rutte, segretario generale dell’Alleanza atlantica.

Pur di rabbonire preventivamente l’irritabile interlocutore, Rutte aveva appena fatto rissare i capelli a molti altri partner Nato, raccontando di migliaia di voli partiti dalle basi Usa in Europa a supporto dell’aggressione israelo-americana all’Iran – 500 quelli dalle basi in Italia -. Tutto sarebbe avvenuto nel rispetto dei Trattati e nessuno di quei voli avrebbe avuto finalità belliche.

A migliorare l’umore di Trump, che ce l’ha con i repubblicani che gli voltano le spalle, adesso che non può più ricattarli con le primarie in vista del voto di midterm del 3 novembre, e con gli alleati che non lo avrebbero aiutato abbastanza per fare una guerra su cui non li aveva neppure consultati e da cui hanno subito pesanti contraccolpi energetici, non bastano alcuni buoni segnali economici messi in evidenza dal Financial Times: il prezzo del petrolio è sceso su livelli pre-bellici e il costo delle assicurazioni per le navi che devono transitare nello Stretto di Hormuz s’è dimezzato.

Dello scontro tra Trump e i leader dei senatori repubblicani, i media Usa riferiscono in modo spesso colorito: la discussione è stata vivace, il tono delle voci molto alto; e ci sono stati scambi di accuse e insulti. La Cnn parla di un lunch di lavoro trasformatosi “in un match a chi gridava di più”; e la Fox parla, metaforicamente ma non troppo, di “tavoli rovesciati”, stile rissa da Far West.

Alla fine Trump ha parzialmente ottenuto quello che voleva e il Senato è tornato su suoi passi, rimangiandosi, con il dietro front di due senatori repubblicani, la risoluzione appena approvata che limitava i poteri di guerra all’Iran del presidente.  Motivo ufficiale della marcia indietro, ricostruisce il Washington Post: la mozione avrebbe limitato le opzioni negoziali dell’Amministrazione Trump nelle trattative con l’Iran, togliendo spessore alla minaccia di riprendere i bombardamenti in assenza di un accordo. E la Casa Bianca chiede al Congresso altri 88 miliardi di dollari per coprire le spese del conflitto.

A parte minacce e insulti. Trump ha usato un’altra forma di pressione sul Congresso: ha cancellato all’ultimo momento la cerimonia di firma, già prevista e organizzata, di una legge bipartisan sull’edilizia popolare, su cui deputati e senatori contano per fare campagna verso il voto di midterm. Trump dice che non la firmerà fin quando non sarà stata approvata un’altra legge che ostacola l’accesso al voto delle minoranze e dei più poveri, tendenzialmente tutti elettori democratici.

E’ un altro espediente per cercare di evitare la disfatta elettorale, oltre alle modifiche dei collegi già decise da diversi Stati repubblicani.

Per il Wall Street Journal, Trump “stordisce i repubblicani con una vorticosa giornata di frustrazioni e di dita puntate”: “Il presidente cancella la firma di una legge, tratta male i senatori repubblicani e critica gli alleati europei”, in primis Italia, Francia, Germania e Regno Unito. Un cattivo viatico, verso il vertice della Nato ad Ankara in Turchia il 6 e 7 luglio: Rutte insiste perché l’Alleanza confermi il sostegno all’Ucraina invasa dalla Russia, mentre uno degli ultimi ‘trumpiani d’Europa’, il presidente polacco Karol Nawrocki, litiga con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e gli revoca un’onorificenza.

Il New Tork Times, tuttavia, segnala un cambio d’atteggiamento dell’Amministrazione Trump sull’Iran: da “gente terribile” a “smart people”, gente intelligente – o furba -. Dietro, ci sarebbe anche un generale ammorbidimento dei conservatori statunitensi verso Teheran. Chi invece non ammorbidisce le sue posizioni è Israele: il round di colloqui con il Libano in corso a Washington, quinto della serie, è finora stato “il meno produttivo”, riferiscono fonti diplomatiche israeliane. E non si vede come possa incidere la missione in Medio Oriente intrapresa dal segretario di Stati Usa Marco Rubio, che sembra sempre di più contare come il due di picche.