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G7: europei barattano sorrisi a Trump sull’Iran con impegno sull’Ucraina. Giallo sull’intesa
Di Giampiero Gramaglia
Al vertice del G7 che si chiude oggi a Evian in Francia, il presidente Usa Donald Trump, “galvanizzato” – la definizione è di Le Monde – dall’accordo con l’Iran, i cui contorni restano però indefiniti, mostra “un ritorno di fiamma” per l’Ucraina. E gli europei, che sperano che Washington torni ad occuparsi del conflitto fra Kiev e Mosca, assecondano il suo entusiasmo per l’intesa trovata in Medio Oriente e confermano la loro disponibilità a rendersi utili nello sminamento dello Stretto di Hormuz.
Sullo stesso registro, il New York Times osserva che i leader europei a Evian “mettono da parte le aspre divisioni” degli ultimi mesi e “fanno gli occhi dolci a Trump”, smorzando i toni dopo l’intesa con l’Iran perché nutrono speranze di cooperazione sull’Ucraina. I risultati di Evian, suggellati da una dichiarazione comune, saranno oggetto di analisi e di approfondimento, a livello europeo, al vertice dei 27 domani e venerdì a Bruxelles.
Ma, secondo Politico, il ritorno di fiamma di Trump per l’Ucraina è pure motivo di preoccupazione fra gli europei, perché, quando Trump se n’è interessato, l’ha sempre fatto prendendo le parti più del presidente russo Vladimir Putin che di quello ucraino Volodymyr Zelensky, che ha ieri visto a Evian e che potrebbe rivedere oggi. A margine del G7, il magnate presidente ha avuto un intreccio di bilaterali, fra cui un breve incontro ‘rappacificatore’ – ma non del tutto – con la premier italiana Giorgia Meloni.
Gli alleati europei degli Stati Uniti vorrebbero esercitare insieme la massima pressione sulla Russia, ma non è chiaro se Trump sia d’accordo, anche se a Evian ha prospettato un ripristino delle sanzioni sul petrolio russo, una volta normalizzati gli approvvigionamenti dal Golfo Persico con la riapertura dello Stretto di Hormuz.
A vertice concluso, in serata, il presidente francese Emmanuel Macron asseconderà la prosopopea di Trump dando un banchetto nella Reggia di Versailles, in occasione del 250° anniversario della dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, il 4 luglio 1776, nel luogo dove il 3 settembre 1783 venne firmato il Trattato con cui la Gran Bretagna riconosceva l’indipendenza delle sue ex colonie.
Sui media Usa, s’intrecciano indiscrezioni e interpretazioni sui contenuti dell’accordo di pace con l’Iran. Il Washington Post sottolinea che il presidente insiste sul fatto che gli Stati Uniti non investiranno immediatamente in Iran come parte dell’intesa per cessare i combattimenti, riaprire alla navigazione lo Stretto di Hormuz e levare il blocco ai porti iraniani. Trump, che a Evian ha anche visto l’emiro del Qatar Tamin bin Hamad al Thani, uno dei mediatori tra Usa e Iran, sostiene che l’Iran deve smantellare i suoi programmi nucleari prima di ottenere investimenti statunitensi, uno sblocco dei beni congelati e la levata delle sanzioni.
La Cnn nota che i negoziatori Usa tengono un basso profilo sul testo dell’intesa: fonti anonime dell’Amministrazione Trump hanno detto alla tv ‘all news’ liberal che il testo del memorandum è scritto “in modo vago” e non rispecchia quello che le parti si sono dette e, soprattutto, vanno dicendo, proclamando entrambe vittoria.
Trump s’è impegnato a rendere noto il testo “in un paio di giorni”, una di quelle sue formule vaghe che alimentano più incertezze che certezze, anche perché restano senza risposta per ora domande assolutamente fondamentali, come la questione dei 300 miliardi di dollari di investimenti americani in Iran, che suona come riparazioni di guerra.
Su questo tema batte pure Axios: i termini ancora segreti dell’accordo di Trump con l’Iran innescano un furioso dibattito su quanto e quando Teheran ci guadagnerà dal punto di vista finanziario e provocano un confronto con l’accordo fatto con l’Iran nel 2015 dall’allora presidente Barack Obama, che Trump ha sempre criticato al punto di denunciarlo nel 2017 e che sarebbe stato meno conveniente per Teheran di quello che ora si profila: affermazione che manda su tutte le furie l’attuale presidente.
Le critiche, però, sono fitte: c’è una cauta fiducia che l’intesa sarà firmata, nonostante i tentativi di sabotarla da parete israeliana e anche degli oltranzisti del regime di Teheran. Il New York Times scrive: “Trump voleva rovesciare il regime iraniano e s’è accontentato della riapertura di Hormuz. L’accordo pone termine a una guerra costosa, ma lascia il potere della leadership iraniana integro e il destino dei suoi programmi nucleari affidato a future trattative”, esattamente com’era già prima dell’aggressione israelo-americana. Drastico il giudizio di Stefano Feltri, che, nei suoi Appunti, delinea “le conseguenze di una sconfitta: la tregua in Iran segna l’irreversibile tracollo di influenza degli Stati Uniti sotto Donald Trump”.
Per compromettere l’intesa, Israele può giocare sulla leva del Libano, dove la tregua non c’è e da cui l’esercito israeliano non intende ritirarsi. Invece, a Teheran, i radicali del regime reclamano vendetta contro Washington per le migliaia di vittime e i danni economici patiti. Provocazioni tipo bombardamenti israeliani su Beirut o attacchi iraniani contro mercantili nel Golfo sono sempre possibili.
Così come provocazioni possono sempre esserci sul fronte russo-ucraino. Tipo la vicenda dei colpi d’avvertimento sparati da una nave da guerra russa contro un’imbarcazione da diporto avvicinatasi troppo nella Manica: l’incidente, che non ha fatto vittime, sarebbe avvenuto martedì alle 11.40 tra l’Isola di Wight e la Normandia.





