Ad Evian il piano del G7 è inclinato. L’Occidente a trazione democratica non vive un crollo improvviso, ma una lenta e inesorabile perdita di quota. Una discesa graduale, quasi impercettibile anno dopo anno, che rischia di trasformare le grandi potenze economiche del Novecento in attori sempre più marginali del nuovo ordine mondiale.
Le proiezioni elaborate da PwC sullo scenario economico del 2050 raccontano esattamente questo. Mentre il PIL globale crescerà di circa il 130% rispetto ai livelli del 2016, la distribuzione della ricchezza mondiale cambierà radicalmente. Il baricentro dell’economia planetaria continuerà a spostarsi verso Oriente e verso il Sud globale, premiando le economie emergenti e ridimensionando il peso storico del G7.
La fotografia del futuro è già nitida. La Cina consoliderà la propria leadership arrivando a rappresentare circa il 20% dell’economia mondiale a parità di potere d’acquisto. L’India conquisterà il secondo posto, superando gli Stati Uniti e certificando l’ascesa definitiva dell’Asia come epicentro della crescita globale. Washington resterà una superpotenza economica e militare, ma non sarà più il punto di riferimento indiscusso che ha caratterizzato l’ordine internazionale degli ultimi 80 anni.
Il dato più significativo riguarda il confronto tra G7 ed E7. Da una parte le economie mature di Stati Uniti, Canada, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito e Italia. Dall’altra i grandi emergenti rappresentati da Cina, India, Brasile, Indonesia, Messico, Russia e Turchia.
Per gran parte del Novecento il rapporto di forza è stato nettamente favorevole al G7. Nel 1995 il peso economico degli E7 equivaleva a circa la metà di quello delle economie avanzate. Vent’anni dopo, attorno al 2015, le due aree avevano già raggiunto una sostanziale parità. Entro il 2040, secondo le proiezioni, il blocco emergente potrebbe valere addirittura il doppio del G7.
Non si tratta soltanto di numeri. Il potere economico genera inevitabilmente influenza politica, capacità diplomatica e proiezione strategica. Chi controlla la crescita, gli investimenti e l’innovazione tende a dettare anche le regole del gioco internazionale.
La classifica delle prime 10 economie mondiali prevista per il 2050 è emblematica. Sei posizioni saranno occupate da Paesi dell’E7. Dopo Cina, India e Stati Uniti arriveranno Indonesia, Brasile, Russia e Messico. Tra le economie tradizionalmente dominanti resteranno soltanto Giappone, Germania e Regno Unito. La Francia uscirà dalla Top 10. L’Europa, considerata nel suo complesso, rappresenterà appena il 9% del PIL mondiale.
E l’Italia?
Il caso italiano è forse il più simbolico. Se il G7 appare su un piano inclinato, il nostro Paese sembra trovarsi nel punto di massima pendenza. Già nel 2016 l’Italia occupava la dodicesima posizione nella graduatoria mondiale. Nel 2050 potrebbe scivolare fino al ventunesimo posto. Una retrocessione che non dipende soltanto dalla crescita degli altri, ma anche dalle difficoltà strutturali che da decenni limitano il potenziale nazionale: stagnazione demografica, bassa produttività, ritardi infrastrutturali e scarsa capacità di attrarre investimenti.
Il paradosso è che il mondo sarà complessivamente più ricco. La crescita continuerà, alimentata dall’innovazione tecnologica, dalla digitalizzazione e dall’espansione delle classi medie nei mercati emergenti. Tuttavia la quota di questa nuova ricchezza destinata all’Occidente sarà progressivamente più ridotta.
Per le imprese il messaggio è chiaro. Le opportunità di sviluppo si concentreranno sempre più nei mercati emergenti. Non saranno soltanto fabbriche a basso costo, ma enormi bacini di consumatori, innovatori e investitori. Chi resterà ancorato esclusivamente ai mercati tradizionali rischia di perdere la parte più dinamica della crescita globale.
Le implicazioni politiche sono altrettanto profonde. Protezionismo, chiusure commerciali e nostalgie sovraniste potrebbero accelerare il declino invece di contrastarlo. Al contrario, investimenti in istruzione, tecnologia, infrastrutture e sostenibilità rappresentano gli strumenti necessari per mantenere competitività e rilevanza.
La partita del 2050, in fondo, è già iniziata. Il vero interrogativo non è se il baricentro economico del mondo si sposterà verso gli E7. I dati suggeriscono che il processo sia già in corso. La domanda è un’altra: il G7 saprà adattarsi alla nuova geografia del potere oppure continuerà a scendere lungo il proprio piano inclinato, osservando da spettatore l’ascesa di un nuovo ordine economico mondiale?





