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Iran: Hormuz e l’uranio le ‘strette’ del negoziato, mentre cresce insofferenza della guerra
Di Giampiero Gramaglia
Fermenti interni di varia natura, politici ed economici, contro il presidente Donald Trump attirano stamane l’attenzione dei principali media degli Stati Uniti: l’urgenza di porre un termine alla guerra all’Iran emerge nel Congresso e fra i consumatori, mentre Teheran ‘tira sul prezzo’ della pace e, secondo il Wall Street Journal, negozia con l’Oman una riapertura ‘a pagamento’ di Hormuz, imponendo alle navi che vogliano attraversarlo lo Stretto un pedaggio condiviso fra i due Stati rivieraschi – una soluzione contraria al diritto del mare e foriera di contestazioni -.
Proprio la libertà di navigazione nello Stretto è uno dei punti caldi dei negoziati tra Usa e Iran, che vanno avanti tramite mediatori internazionali – il Pakistan, in primo luogo -, mentre la Casa Bianca alterna l’ottimismo sul raggiungimento di un accorso alle minacce sulla ripresa dei bombardamenti. Un altro nodo è l’uranio arricchito iraniano, che gli Stati Uniti vorrebbero prendere in custodia e che Teheran non intende trasferire altrove – s’è pronunciato in tal senso la nuova guida suprena Mujtaba Khameney o chi parla per lui -.
Un altro strumento di pressione internazionale iraniano sono i cavi sottomarini per le comunicazioni deposti sul fondo dello Stretto di Hormuz: “potenti arterie di fibre ottiche”, li definisce Le Monde, sono “vitali per il buon funzionamento di internet e di settori come l’energia e le banche”. Teheran ipotizza di tassarne l’utilizzo.
Negli Stati Uniti, l’insofferenza verso la guerra cresce nell’opinione pubblica – quasi tre su quattro contrari – e nel Congresso. Alla Camera, ieri, i leader repubblicani sono riusciti a impedire il voto d’una risoluzione che chiede la fine del conflitto e che sarebbe stata approvata – il Senato ne ha già varata una analoga -.
L’approvazione della mozione sarebbe stata uno smacco per Trump, che ne avrebbe sicuramente minimizzato le conseguenze, ma che deve prendere atto che l’erosione del consenso sta ormai intaccando l’appoggio di cui gode fra deputati e senatori repubblicani. Il Washington Post afferma che i successi conseguiti dal magnate presidente nelle primarie repubblicani, dove suoi candidati hanno estromesso senatori e deputati in carica da lui considerati ‘nemici’, costituiscono un handicap nelle elezioni di midterm del 5 novembre, perché i ‘trumpiani’ hanno meno probabilità di vincere dei moderati.
Lato consumatori, Politico parla del ‘fantasma’ dei 5 dollari e due centesimi, il massimo del prezzo del gallone di benzina raggiunto durante l’Amministrazione Biden, uno dei temi preferiti di Trump in campagna elettorale per esemplificare il fallimento del suo rivale. I collaboratori del presidente vengono descritti come “assolutamente, totalmente terrorizzati” da ciò che significherebbe il battere il record di Biden: una foto che mostra il prezzo della super alla pompa a 4 dollari e 99 centesimi.
La Cnn, che cita fonti dell’intelligence statunitense, scrive che l’Iran sta ricostituendo i suoi apparati militari più rapidamente di quanto ci si aspettava: la produzione di droni è ripresa e Teheran rimane una minaccia per gli alleati degli Usa nella Regione. Il Wall Street Journal rivela che l’Iran ricorre alle cripto-valute per finanziare lo sforzo bellico.
Ci sono poi i fronti di conflitto alternativi e potenziali, Cuba e Taiwan. In un’analisi, la Cnn sostiene che “Trump cerca un riscatto a Cuba, dopo avere fallito il cambio di regime in Iran”. Altrove, rivela che Trump progetta di incontrare il presidente di Taiwan – gli Stati Uniti non ne riconoscono l’indipendenza -: la mossa segnerebbe “un importante scarto” dalle norme diplomatiche e potrebbe irritare Pechino, a una settimana dal monito a Trump su Taiwan del presidente cinese Xi Jinping.
Le grane internazionali dell’Amministrazione Trump, tutte auto-inflitte, cioè derivanti da decisioni e atti sconsiderati e mal calcolati del magnate presidente, si sommano alle numerose grane interne. Nel Congresso, anche i repubblicani rumoreggiano contro il provvedimento senza precedenti che destina 1,8 miliardi di dollari di soldi dei contribuenti a rimborsare gli amici e i sostenitori di Trump vittime di presunte persecuzioni giudiziarie durante l’Amministrazione Biden.
Fra questi, tanto per citarne alcuni, vi sono i facinorosi che il 6 gennaio 2021, istigati da Trump, diedero l’assalto al Campidoglio di Washington e lo devastarono. Ieri, il Congresso ha rinviato l’approvazione dei finanziamenti alla polizia anti-migranti, nelle more delle discussioni sul fondo da 1,8 miliardi di dollari. E uno degli agenti feriti nei disordini del 6 gennaio ha deciso di contestare in giustizia il provvedimento.





