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Maledetto zero virgola: cosa significa per l’Italia restare nella procedura UE per deficit eccessivo

30
Aprile 2026
Di Paolo Bozzacchi

(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra governare i conti pubblici e subirli, almeno in parte. Restare un altro anno nella procedura europea per deficit eccessivo colloca l’Italia in quella zona grigia dove la politica economica smette di essere pienamente autonoma e diventa un esercizio di equilibrio sotto osservazione. Non è una punizione simbolica. È una forma di amministrazione controllata, per certi versi eterodiretta. Ogni scelta di bilancio — bonus, tagli fiscali, promesse elettorali — deve passare attraverso un filtro più stretto: quello di Bruxelles. Non solo tecnico, ma inevitabilmente politico. Il punto non è semplicemente rientrare sotto il 3%: è dimostrare, in modo credibile, che il debito pubblico ha imboccato una traiettoria discendente. Il confronto europeo aiuta a capire dove si colloca davvero l’Italia. Secondo i dati Eurostat più aggiornati, riferiti al 2025, il rapporto deficit/PIL italiano si è attestato al 3,1%, quindi appena sopra la soglia di Maastricht.

La Francia ha fatto sensibilmente peggio, con un deficit al 5,1% del PIL. La Germania si è fermata al 2,7%, dunque sotto la linea del 3%. La Spagna, che fino a poco tempo fa veniva considerata l’anello debole del Sud Europa, ha chiuso al 2,4%. Il dato dice due cose insieme: l’Italia non è il caso più grave tra le grandi economie sul deficit annuo, ma resta tra i Paesi più vulnerabili per la dimensione del debito. Ed è qui che il confronto si fa impietoso: nel 2025 il debito/PIL italiano è al 137,1%, contro il 115,6% della Francia, il 100,7% della Spagna e il 63,5% della Germania. In altre parole, il problema italiano non è solo sforare di qualche decimale il tetto del 3%. È farlo con un fardello che rende ogni zero virgola più pesante, più osservato, meno negoziabile. E qui si apre il nodo politico.

L’Italia non può permettersi deviazioni. Restare nella procedura significa accettare un percorso di rientro già tracciato, con margini di flessibilità ridotti. La prossima legge di bilancio, l’ultima dell’attuale ciclo politico, rischia di trasformarsi da strumento di indirizzo a esercizio di compatibilità: ogni euro speso dovrà essere giustificato, compensato, spiegato. Il risultato è una manovra più rigida. Non è austerità classica, ma una disciplina continua. Il governo può scegliere dove intervenire, ma non può allargare il perimetro della spesa senza coperture solide. Per questo, a ragione, il ministro Giorgetti chiede flessibilità. Altrimenti le politiche espansive diventano interventi mirati, non più leve generalizzate. Nel frattempo, il monitoraggio è costante. Report, verifiche, raccomandazioni. Una pressione continua che raramente si traduce in sanzioni, ma incide sulla percezione del Paese. E in economia la percezione è sostanza.

I mercati guardano alla credibilità del percorso più che al numero secco. E nel sentiero della stabilità costruito negli anni dall’Italia questo fattore conta parecchio. Restare nella procedura per un altro anno non è solo una questione tecnica: è un segnale. Dice che l’Italia non è ancora considerata pienamente affidabile nella gestione autonoma dei conti. E questo per Bruxelles potrebbe essere un errore di valutazione. Senza flessibilità ci saranno conseguenze non solo sul costo del debito, ma sulla fiducia degli investitori, oltre che sulla capacità di manovra futura. C’è poi il fattore tempo. Un anno in più non è neutro: consolida vincoli, rinvia scelte espansive, costruisce — o logora — la reputazione fiscale. Alla fine, la questione è tutta qui: margine, in un contesto che resta anche elettorale. Quanto spazio resta alla politica economica nazionale quando i conti sono osservati dall’esterno? Meno di quanto si racconti, ma più di quanto si tema. Dipende da come viene usato. Anche dentro una procedura si può scegliere: subire i vincoli o trasformarli in credibilità. È da questa scelta che passa, ancora una volta, il futuro dei conti italiani.