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Iran: il cubo di Rubrik delle trattative, US Navy sequestra una petroliera iraniana

20
Aprile 2026
Di Giampiero Gramaglia

È un mistero da risolvere, il giallo delle trattative. O è una commedia degli equivoci, il balletto delle trattative. O è un rompicapo da comporre, il cubo di Rubrik delle trattative. Fatto sta che nessuno capisce se e dove e quando i negoziati tra Usa e Iran riprenderanno, come nessuno sa quando, nella testa del presidente Usa Donald Trump, l’ultimatum a Teheran scadrà: questa notte?, come s’era inizialmente detto; o domani notte?, come ha poi detto lui; o fra una settimana?, quando scade la tregua tra Israele e Libano. E, quindi, nessuno sa quando e Stati Uniti e Israele ricominceranno a bombardare l’Iran con aerei e missili.

Pure la navigazione nello Stretto di Hormuz è un intrigo internazionale: Teheran ripristina il blocco perché Washington non ha mai tolto il suo; la U.S. Navy intercetta e sequestra una nave iraniana. E cargo e thankers alla fonda fuori dallo Stretto restano lì fermi, perché nessuno o quasi osa affrontare un tratto di mare dove ti possono bloccare prima gli americani, poi gli iraniani e, se eludi gli uni e gli altri, puoi saltare su una mina.

La giornata di domenica è stata tutta uno ‘stop and go’: sempre più biblico nei suoi atteggiamenti – oggi, leggerà Sacre Scritture alla Casa Bianca –, il magnate presidente annuncia l’invio a Islamabad dei suoi negoziatori (il vice-presidente JD Vance e la coppia fissa Steve Witkoff e Jared Kushner) per riaprire e possibilmente chiudere i negoziati, dopo il primo round fallito nella capitale pakistana il week-end dell’11 e 12 aprile.

Ma Teheran frena: la delegazione iraniana non partirà se prima l’America non toglierà il suo blocco che impedisce l’approdo e l’uscita dallo Stretto delle navi iraniane. Le autorità iraniane denunciano “atti di pirateria” da parte americana, Ci sarebbero stati tiri contro una o due navi – una indiana -, ma non è chiaro chi avrebbe sparato e gli episodi non sono confermati.

Trump, come al solito, usa toni da Apocalisse: “Stiamo offrendo un’intesa molto equo e ragionevole e spero che lo accettino. Se non lo faranno, distruggeremo ogni centrale e ogni ponte in Iran”.

Le cose non vanno molto meglio e non sono più chiare tra Israele e Libano, c’è una tregua, che dovrebbe durare ancora tutta la settimana, ma l’esercito israeliano, nel Sud del Libano, mantiene l’occupazione e continua l’opera di distruzione di case, scuole, ospedali, sostenendo che sono depositi di armi di Hezbollah. Ogni giorno, ci sono vittime, così come a Gaza e nei Territori.

Un’esplosione ha ucciso un ‘casco blu’ francese dell’Unifil, la forza d’interposizione dell’Onu, che stava sminando una strada. La responsabilità dell’ordigno è stata attribuita agli Hezbollah, che però negano l’addebito.

L’incertezza sulle prospettive del conflitto e l’apertura a singhiozzo dello Stretto non migliorano certo il contesto economico, dai costi energetici ai biglietti aerei ai prezzi delle derrate alimentari, mentre Papa Leone XIV, che prosegue il viaggio in Africa, continua a predicare che la pace conviene sempre: lui pensa alla salute delle anime, ma la pace è un affare anche per i portafogli. Solo per gli speculatori, pace o guerra non fa differenza: loro ci guadagnano sempre, come prova l’euforia delle borse la scorsa settimana, del tutto immotivata, stando ai dati economici.

I media americani notano come la popolarità globale del Papa americano stia crescendo, mentre conflitti e spacconate erodono la credibilità e l’apprezzamento degli Stati Uniti.