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Barcellona, Sanchez riunisce l’internazionale anti-Trump

20
Aprile 2026
Di Giuliana Mastri

A Barcellona il palcoscenico era quello della Fira, l’auditorium più capiente della città. Sul palco si sono alternati capi di stato, ministri e intellettuali da quattro continenti. In platea, cori contro la guerra. L’occasione era la prima Global Progressive Mobilisation, la convention di due giorni che Pedro Sánchez ha voluto come risposta di sinistra al CPAC americano – il raduno annuale dei conservatori statunitensi che da anni funge da quartier generale ideologico della destra globale.

Il premier spagnolo non ha mai pronunciato il nome di Donald Trump. Non ne aveva bisogno. «Non importa quanto urlino o quante bugie diffondano», ha detto sabato davanti alla platea. «Il tempo della destra reazionaria e ultra è finito.» Il bersaglio era chiaro a tutti.

Accanto a lui, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha attaccato chi «si definisce patriota ma mette in vendita la propria sovranità e chiede sanzioni». Il colombiano Gustavo Petro, la messicana Claudia Sheinbaum e il sudafricano Cyril Ramaphosa – tutti in rotta di collisione con Washington su dazi, migrazione e accuse di razzismo anti-bianco rilanciata da Elon Musk – hanno completato il fronte del Sud globale.

L’Europa ha mandato il vicecancelliere tedesco Lars Klingbeil, il ministro degli Esteri britannico David Lammy, la leader dell’opposizione italiana Elly Schlein e il belga Paul Magnette. Presente anche l’economista Gabriel Zucman, noto per le sue proposte di tassare i patrimoni più elevati. Assente, invece, il presidente del Consiglio europeo António Costa, che ha annullato all’ultimo momento adducendo ragioni personali – una diserzione letta da molti come il tentativo di non esporre il suo ruolo istituzionale a una manifestazione apertamente politica.

Dal Minnesota è arrivato Tim Walz, già candidato vicepresidente al fianco di Kamala Harris. Ha descritto Trump come «impaziente di premere il grilletto» e privo di qualsiasi piano reale, spingendosi fino a evocare il fascismo: «Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome. O almeno usare un termine che loro stessi conoscono bene.»

Sul piano militare, Lula ha applaudito la scelta di Madrid di negare alle forze statunitensi l’uso delle basi spagnole per le operazioni in Iran. «Voglio fare i complimenti all’amico Pedro Sánchez per il coraggio», ha detto il presidente brasiliano.

Sánchez incassa consensi internazionali, ma torna in Spagna con qualche problema aperto. Le sue posizioni autonome – da Gaza all’Iran, passando per i rapporti con Washington – gli hanno garantito visibilità globale, ma anche l’irritazione della Casa Bianca. Trump ha dichiarato di non voler «avere nulla a che fare con la Spagna», ha attaccato Sánchez sulla quota Nato e ha minacciato un blocco commerciale, per ora rimasto sulla carta. In un post su Truth di sabato ha anche sostenuto che l’economia spagnola stia andando male – affermazione smentita, proprio in questi giorni, dalle proiezioni positive del Fondo monetario internazionale.