Le elezioni ungheresi di domenica travalicano i confini nazionali. Non si tratta soltanto di scegliere un governo, ma di misurare la tenuta dell’Europa di fronte a una sfida che è ormai sistemica.
Nel sostegno, esplicito o implicito, alla linea di Viktor Orbán si coglie una convergenza che va ben oltre Budapest. Vladimir Putin ha tutto l’interesse a un’Unione europea divisa, lenta, incapace di reagire. Ma anche nel mondo politico che fa capo a Donald Trump si rafforza una visione che considera l’Europa più come un concorrente da contenere che come un alleato da rafforzare.
In questo quadro, l’Ungheria rischia di diventare il cavallo di Troia dentro l’Unione: un Paese che, pur beneficiando dei vantaggi dell’appartenenza europea, utilizza sistematicamente il potere di veto per bloccare decisioni cruciali, dalla politica estera alla sicurezza, fino alle scelte energetiche. Il risultato è un’Europa percepita come inefficace, distante, incapace di proteggere i propri cittadini.
È esattamente questo l’obiettivo strategico di chi punta a ridisegnare gli equilibri globali secondo logiche di potenza: indebolire il progetto europeo dall’interno, svuotarlo di credibilità e coesione, renderlo irrilevante nello scenario internazionale, mentre altri attori — dagli Stati Uniti di Trump alla Russia di Putin, fino alla Cina — si spartiscono le aree di influenza.
L’errore sarebbe considerare tutto ciò come una dinamica episodica. Siamo di fronte a una pressione strutturale sull’Unione europea, che richiede una risposta altrettanto strutturale. Non bastano richiami ai valori o procedure di infrazione: serve un salto politico.
L’Europa deve avere il coraggio di riformare se stessa, superando i meccanismi di paralisi, a partire dall’abuso del diritto di veto, e rafforzando la propria capacità decisionale in politica estera e di sicurezza. Deve, soprattutto, tornare a parlare ai cittadini, dimostrando che unità e integrazione non sono slogan, ma strumenti concreti di protezione e sviluppo.
Le elezioni in Ungheria sono dunque un banco di prova. Non solo per Budapest, ma per l’Europa intera. Perché difendere l’Unione oggi significa anche impedire che venga svuotata dall’interno, pezzo dopo pezzo.





