La Pasqua del tempo sospeso. Potrebbe essere descritto così l’inizio del quinto anno dall’invasione russa. La diplomazia esiste ma non incide, e la guerra continua a dettare il ritmo delle scelte politiche. Non c’è oggi un vero negoziato tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky: ci sono contatti indiretti, canali aperti, tentativi di mediazione, ma manca ciò che trasforma una somma di iniziative in un processo. La trattativa, più che assente, è dispersa.
Eppure non è sempre stato così. Nei primi mesi del 2022, tra i tavoli in Bielorussia e quello di Istanbul, si era affacciata una possibilità concreta: neutralità ucraina in cambio di garanzie internazionali. Una struttura negoziale esisteva, fragile ma reale. Si è dissolta rapidamente, travolta dagli eventi sul campo e da una mutata percezione del conflitto: Kyiv ha scelto di resistere, sostenuta dall’Occidente; Mosca ha irrigidito le proprie richieste. Da allora, quella finestra non si è più riaperta.
Il vuoto lasciato dal negoziato diretto è stato riempito da una proliferazione di formati. La diplomazia si è frammentata. Da un lato l’Ucraina ha cercato di internazionalizzare la propria “formula di pace”, coinvolgendo Nazioni Unite e Unione Europea; dall’altro la Russia ha costruito un dialogo alternativo con il cosiddetto Sud globale, trovando interlocutori in Cina, India e Brasile. Il risultato è stato un sistema di iniziative parallele che raramente si intersecano.
Nel frattempo, la lista dei mediatori si è allungata, ma senza produrre una sintesi. La Turchia di Recep Tayyip Erdoğan ha mantenuto un ruolo costante, già visibile nell’accordo sul grano del Mar Nero, dimostrando che accordi limitati sono possibili ma non scalabili sul piano politico. La Cina si è proposta come attore globale, più interessata a presidiare il tavolo che a forzare una soluzione. Il Vaticano di Papa Francesco ha lavorato su piani umanitari, mantenendo aperti canali che raramente diventano politici. Anche gli Stati Uniti, pur restando centrali sul piano militare, hanno scelto di non guidare direttamente un’iniziativa negoziale strutturata.
In questo scenario, la negoziazione ha assunto una forma nuova: non più un tavolo, ma una serie di “silos”, accordi parziali e temporanei — corridoi umanitari, scambi di prigionieri, intese tecniche — che non toccano il cuore del conflitto. È una diplomazia che gestisce la guerra senza riuscire a spegnerla.
Ed è proprio in questo contesto che si inseriscono le parole di Antonio Tajani, pronunciate a Bucha nel quarto anniversario dei massacri del 2022. “È difficile negoziare con Putin”, ha detto il ministro degli Esteri, perché il presidente russo “non vuole la pace, ma spera di vincere una guerra che non riesce a vincere”. Tajani ha poi aggiunto: “Speriamo che la mediazione americana possa servire per raggiungere una pace giusta”. Non è solo una dichiarazione politica: è la sintesi del blocco negoziale attuale. Da un lato la percezione che Mosca non abbia incentivo a trattare, dall’altro la consapevolezza che senza un mediatore forte — e Washington resta l’unico candidato credibile — il processo non può nemmeno iniziare.
Quelle parole, pronunciate oggi proprio a Bucha, ricordano anche quanto il fattore morale continui a pesare sulla diplomazia. I crimini emersi nel 2022 hanno reso molto più difficile, per Kyiv, accettare compromessi che possano essere percepiti come concessioni.
E mentre questa dinamica si consolidava, un altro fattore ha progressivamente spostato l’attenzione globale: l’Iran. Non solo come attore indiretto del conflitto — attraverso la cooperazione militare con Mosca — ma come epicentro di una nuova crisi capace di assorbire energie politiche, mediatiche e diplomatiche.
Negli ultimi mesi, le tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno aperto nuovi tavoli negoziali, nuovi canali, nuove urgenze. Paesi come Egitto e ancora la stessa Turchia sono impegnati su quel fronte, mentre le grandi potenze riorientano parte della propria attenzione strategica. Il risultato è uno slittamento: l’Ucraina resta un conflitto centrale, ma non più esclusivo. E in diplomazia, ciò che non è esclusivo tende a perdere priorità.
Così, mentre nuovi tavoli si aprono altrove, quello tra Russia e Ucraina resta fermo. O meglio, continua a esistere in forma dispersa, senza un centro, senza una regia condivisa, senza un mediatore riconosciuto da entrambe le parti.
Dopo cinque anni, ciò che manca è sempre lo stesso. Manca un equilibrio sul campo che renda la guerra non più conveniente per nessuno. Manca un sistema di garanzie credibili che trasformi concessioni politiche in sicurezza reale. Manca soprattutto un attore capace di tenere insieme le parti e imporre un processo negoziale continuo.
La quinta Pasqua ucraina cade così in un tempo doppio: quello della guerra che continua e quello della diplomazia che devia. Non si tratta più solo di assenza di accordo, ma di assenza di priorità. La pace resta possibile, ma sempre più laterale, sempre più subordinata ad altre crisi, altri tavoli, altri conflitti.
E forse è proprio questa la novità più rilevante: non che la guerra in Ucraina non trovi una soluzione, ma che, lentamente, smetta di essere il luogo principale in cui cercarla.





